Percorsi secreti.

Juglans regia tricotiledone? noce tripartita?
Quadro 1°, camera 1°.

L’orgasmo lo aveva appena attraversato, come un ponte, un treno, lasciandolo muto e tremante. Ancora affannato la vide alzarsi, nuda, afferrare con due dita il preservativo annodato dal comodino e, sorridendo, uscire dalla camera chiedendogli se voleva da bere.

Lui la guardò, come un pesce in acquario, allontanarsi, camminando da quella ballerina che era: elastica, molleggiata, e si addormentò quietamente.

Quadro 2°, camera 1°.

Lei si alzo attenta dal letto, una mano all’inguine, stretta, per non gocciolare per terra… – Vado a lavarmi, appena ho finito ti avviso- gli sussurrò nell’orecchio, sfiorandolo con un bacio accennato. Lui attese: la testa affondata nel cuscino che ne aveva contenuta la nuca, il corpo adagiato nella sua impronta tiepida, finché, piano, si arrese al suo profumo stordente e ad un sogno.

Quadro 3°, camera 1°.

Lui con fatica si alzò per andare a pisciare, guardando con rimpianto il panneggio che sul suo corpo faceva il lenzuolo, confondendone le membra e la sua pancia si torse al rimpianto della pancia di lei, dei suoi lombi, dei fianchi, la sua schiena ebbe un brivido al ricordo delle sue mani, gli si rizzarono i peli e si volse, silenzioso, verso il bagno.

Quadro 1°, camera 2°.

In bagno lei aprì l’acqua del bidet e cominciò ad armeggiare con una provetta, sgocciolandovi con attenzione il profilattico, poi la ripose in un thermos da cui traboccò brevemente sulla lavatrice un fumo pesante che in poco spariva.

Quadro 2°, camera 2°.

Lei era in piedi a cavallo del bidet, con la mano destra teneva tra le gambe un piccolo imbuto ed una provetta, nella mano sinistra aveva un opuscolo che leggeva con attenzione, si riscosse un momento e aprì il rubinetto del bidet. Dopo qualche minuto si sedette con un brivido e, posato l’opuscolo cominciò a pigiarsi la pancia verso il basso, finché, guardata la provetta, sembrò soddisfatta e la ripose in un thermos che appena aperto ribollì di un fumo pesante e inodore.

Quadro 3°, camera 2°.

Appena lo vide uscire lei si alzò e, tagliato con cura il condom, si sdraiò sul letto con le gambe appoggiate al muro e la schiena sul cuscino. Si sistemò con cura il più possibile verticale e finalmente si infilò il preservativo nella vagina. Il peso del corpo le schiacciava la testa verso il ventre e, mentre scrollava le gambe e con un dito rimestava per sgocciolarlo ben bene, si rese conto che sarebbero bastati venti centimetri, forse meno, per arrivarci da sola. Allenandosi, forse…

Lo sciacquone risuonò e lei sfilato il preservativo lo appallottolò in un fazzoletto di carta sul comodino.

Quadro 1°, camera 3°.

Il ginecologo le comunicò sorridendo che tutto era andato bene: lo sperma si era dimostrato sano e vitale, così avevano pronti otto embrioni per l’impianto, quest’oggi avrebbero provato con due…

Quadro 2°, camera 3°.

Il ginecologo segue sullo schermo il percorso della sonda, infine con aria soddisfatta deposita l’embrione nel corno sinistro dell’utero.

Quadro 3°, camera 3°.

La ginecologa le indicava sullo schermo una piccola macchia, suo figlio, suo, suo, suo… si riscosse che la dottoressa sorridendo le domandava qualcosa, rispose abbozzando un sorriso ed un cenno del capo.

Quadro 1° camera 1°.

Lei gli aveva appena comunicato di essere incinta. Lui le disse che avrebbe tenuto volentieri il bambino, ma avrebbe preferito allevarlo da solo; lei gli rispose che la pensava allo stesso modo, ma avrebbero potuto comunque rimanere buoni amici.

Quadro 2°, camera 4°.

La baita che avevano affittato era deliziosa. Sarebbe stata eccellente per cominciare una storia, chissà se lo sarebbe stata altrettanto per finirla, si chiese lei cominciando a mettere i punti sui ferri per le sue prime calzine.

Quadro 3°, camera 1°.

Lui insisteva per rivolgersi ad un avvocato: avrebbero fatto causa alla ditta dei condom. Già ma a quale visto che ne alternavano di gusti e colori diversi?

Lei credeva di vivere su una nuvola dorata e temeva il momento in cui le sarebbe toccato discenderne.

Quadro 1°, 2°, 3°, camera 5°.

Giulia dorme.

Andrea ciuccia.

Emily strilla.

Lui guarda Giulia.

Lui indica Andrea.

Lui piange con Emily.

Quadro 1°, 2°, 3°, camera 6°.

Lei dormono sorridenti e dolenti.

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Le solite hamburgher

Miriam, allora, come ronza? ragazzi? finalmente lieviti? non menartela dai: lo sai che le tette più crescono e prima cadono! il fratello è sempre così figo e sotto­vuoto? Scrivi che sfriggo!!! Qui le solite hamburger; da che sei partita tu la classe si è sfasciata, i prof fanno quel cazzo che gli pare: compiti, voti, interrogazioni volanti… nessuno gli tiene più testa, io ci provo, ma poi sono sola, Marty, lo sai, dipende da come scende dal letto, Raffy ormai è in orbita su Internet e Christian è in piena depressione! Ieri per es.: pomeriggio assurdo, la prof di italiano ci ha trascinate ad una conferenza in centro, c’era mezza scuola. Il nuovo prof di scienze quando è arrivato si è se­duto due file dietro di me, mi sono dovuta sbracciare perché mi vedesse, Marta mi ha preso per il culo per cinque minuti, non la smetteva più di ridere come fa lei, con quella specie di ansimo ragliante che poi ha dovuto andare in bagno per riprendersi e tutti la guardavano, anche quella famosa che stava par­lando ha dovuto interrompersi, quella che ha tradotto Hemingway, no forse Bukowski, beh insomma ci ho goduto, io che quando succede in classe brucio con gli occhi chi si azzarda a prenderla per il culo.

Le cose per un po’ sono rimaste sul pallottoloso andante: due interventi neanche stronzi, ma si per­devano loro che leggevano, figurati noi; il Prudente, il prof di scienze, che poi non si chiama Prudente, ma Paolo Rudenti, non mi ha cagato minimamente o forse sì, ma come si fa a saperlo: è strabico! Intanto After Eigth, quella nuova di filosofia, faceva la cascamorta con un pelato che stava tra lei e il Prudente, tanto per non smentire il suo nome: il goloso cioccolatino che si scarta prima. Prima di quando? Prima che ci pensi! E ti si appiccica il mano! Oh, non è tutta roba mia, Marta, Raffy e Christian ci hanno messo del loro, abbiamo fatto gli spot per quasi tutti i prof, beh quelli che se la tirano di più, appena finiamo di montarla ti mando la cassetta.

Poi finalmente ha cominciato a parlare l’unico fico che ci fosse (oltre al Prudente, naturalmente!). Aveva continuato a bere birra e a ciucciare il sigaro durante tutti gli interventi precedenti, con l’aria di quello che sta aspettando che aprano le sale corse. La voce ! Body dovevi sentirla! gli saliva dalla pan­cia girava due volte nelle volte ( che fica eh!) cavernose del cranio dove il fumo del sigaro aveva inca­tramato le pareti ed usciva, dalla gola irruvidita dall’alcool, potente, ruvida e profonda! (ma sono o non sono fichissima?) No giuro che non faccio per farti invidia era proprio cosi! Anche After Eight ha smesso di chiacchierare, giuro che mi sono voltata perché ho sentito odore di menta e pensavo che fosse lei che si era sciolta! invece no era lì che si leccava le labbra, e l’odore di menta era Marty che ciucciava le sue cicche contro l’alitosi, che adesso ci ha questa fissa, ci pensasse mai la prof di mat che quando ti interroga alla lavagna e ti viene vicino senti tutto quello che ha mangiato la settimana passata e in cosa si è trasformato…

Il discorso del tipo, che poi era uno scrittore di gialli: infatti aveva anche la giacca gialla, così nes­suno si poteva sbagliare, era carino, ogni tanto si rideva, ma non voleva dire qualcosa, era così, di com­pagnia.

Insomma avrai capito che io cominciavo a rompermi, sembrava un po’ di essere in TV al ciccio­show, ma lì ti pagano… Marta da un po’ voleva andarsene e insisteva, io non volevo farmi notare dalla prof di italiano e neanche dal Prudente che ogni tanto mi guardava e mi rodevo perché c’era troppa calma e silenzio, una nostra uscita sarebbe stata notata da tutti. Alla fine mi sono arresa e ci siamo al­zate, stava parlando una “sciuretta”, come dice mia madre, anche lei era una scrittrice (che cazzo c’en­trano poi gli scrittori di mezz’età con il disagio giovanile?) e non so cosa dicesse perché noi aspettavamo solo il momento giusto, insomma scivolavamo tra le sedie vuote con scioltezza, quando una grassa risata di pancia ha fatto voltare Marty che, subito preoccupata di non farsi travolgere dalla sua risata asinina, si è disunita e ha inciampato in una seggiola facendone cadere una fila e in mezzo a quello sfascio lei, per terra, ha cominciato a ridere, piangendo, avrei voluto ucciderla, ma sapevo che non faceva apposta, così l’ho aiutata ad alzarsi e siamo andate in bagno a restaurarci.

Saremo state in bagno un quarto d’ora e intanto dalla sala continuavamo a sentire quella risata e poi battere le mani e poi urlare “brava”, così ci siamo affacciate per capire cosa succedeva e abbiamo scoperto che era il pelato tra After Eight e Prudente, che faceva tutto, mentre parlava ancora la sciu­retta…

Non so come fosse partita ma stava dicendo cosa bisognava fare e non fare nella vita. Non ricordo bene tutto perché il pelato mi distraeva, sembrava proprio che ogni risata, ogni “brava” le scagliasse con gusto, ma anche con rabbia, in faccia alla sciuretta, che imperterrita proseguiva, pareva che non riuscisse a decidersi come valutare risate e battimani e complimenti da parte di uno solo, mentre il resto del pubblico taceva.

Ha continuato a dire “ragazzi praticate le arti marziali, non bevete, non fumate, non fate sesso non protetto, non drogatevi, studiate l’inglese e l’informatica “ed altre cose così per altri dieci minuti almeno poi abbiamo dovuto andarcene perché a sentire tante stronzate a Marty veniva ancora da ri­dere e poi ormai era quasi ora di cominciare a lavorare, ma già, ancora non te l’avevo detto: il giovedì dalle sei alle dieci di sera lavoro in un circolo dove vengono a farsi le seghe uomini di mezz’età, da soli o con le mogli, davanti a me che sto nuda seduta su una sella con un gran cazzone a stantuffo che quando mi ci siedo sembra che me lo ficco dentro tutto e poi mi ci agito sopra cinque minuti, anche se quattro sono inutili, visto che vengono tutti subito. Ogni mezz’ora un numero, più o meno, un cocomero a settimana e ogni tanto, quando è in buona, il capo fa girare qualche pista. Ai miei ho detto che il giovedì ho gli allena­menti di pallavolo e così mi hanno dato i soldi per l’iscrizione ecc. ecc. invece ho cominciato il piano di accumulo per la pensione con due fondi diversi. Speriamo bene. Adesso anche Marty vorrebbe entrare: ci sarebbe libero il mercoledì e il capo mi ha chiesto qualcuno che sembri minorenne come me, ma sono sicura che lei appena vede ‘sti pancioni che ballonzolano mentre le sciurette glielo menano gli scappa da ri­dere e sai che casino…

Scappo che devo finire le rocce magmatiche, che domani Prudente mi interroga …

Copyright ©2008 Bernardo d’Aleppo

Ad una amica nella morte della madre

Onore alla disperazione,

disperazione d’amore,

amore filiale,

amore per la madre,

la madre che ti volle,

la madre che ti sgridò,

quella che ti coccolò,

quella che ti vietò

e così ti esentò

dal fare scelte che volevi evitare,

quella con cui ti allenasti

a contrastare la vita,

provando la tua forza

sulla quella delle sue dita,

onore al ricordo feto che ti rimane nel cuore,

al ricordo d’amore di quella che ti fu mamma,

che sia morta non importa,

la troverai nelle tue parole a l’insaputa…

 

Milano 10 ottobre 2007

Il tradimento

Acido, amaro, aspro,

tale sono e mi sento.

Vittima di un tradimento,

un bimbo, un debole,

un vecchio malato divento.

 

Milano 14 gennaio 2008

Pioggia sui Balcani


In cielo qualche lampo,

poche gocce sui campi

ed il sangue versato

non sarà lavato

che da un inverno, che geli

la nostra gente d’incanto,

che non possa vedere,

che non possa sentire,

cent’anni a pensare

senza poter parlare,

come nei campi i meli

senza poter fiorire,

coperti come sono

di sangue raggrumato.

Trieste marzo 1994

In morte del padre

Mentre l’alba trionfa sulla notte ti vengo a cercare,

so che non giungerò in tempo,

soltanto spero di vederti sereno,

spero che il dolore non ti abbia sconciato

e sono esaudito.

Tra le lacrime mi consola una serenità,

profonda, che nuota per venire a galla,

come un sughero non può stare sommerso,

così tu non potevi fare a meno di lottare,

mandasti a casa i miei fratelli una volta ancora,

come tante volte facesti anche con me,

quanto mi pesa avere mancato quell’ultimo saluto.

Quante volte ci contrastammo,

quante volte mi offristi cose che non amavo,

quanto tempo impiegasti a imparare ad ascoltare,

un poco,

e fu crescita la tua o resa al tempo?

A che età imparasti ad avere stima delle mie scelte, non so.

Certo fu tardi.

Solo a momenti, a frammenti, a sprazzi

potei infine capire che di me eri orgoglioso,

ma fu un po’ una resa la tua, alla vecchiaia forse,

al tuo bisogno,

ché di poco venni incontro ai desideri tuoi per me.

E d’altro canto ero più figlio di mia madre che di te.

Solo, forse, soccorrendoti ti ho infine trovato

e con te mi sono conciliato.

Ecco ora sento in me come un amore,

Vi sento, Madre e Padre, insieme finalmente.

Lunga fu l’assistenza che vi diedi e poi l’ascolto.

Ora vi sento in me come se voi foste i miei figli

E io pregno di voi, ma non ci sarà mai parto.

Diventerete sempre più piccini e più vicini

E piano ci confonderemo…

Milano 21 marzo 2007

Ancora machete al lavoro in Africa.

Ancora l’Africa mi duole,

mi ammala il dolore del cuore dell’uomo,

di questo cuore di terra da cui sento di essere plasmato,

ancora l’acciaio separa la carne, oggi come allora.

La destra

Avrei voluto nascondere le mie povere mani,

seppellirle profonde tra i banani,

qualcosa mi spinse a fuggire,

cullando i polsi legati come un bimbo,

tra le braccia nude, urlanti e silenziose.

L’orrore delle ascelle accanto ai mozziconi

mi traversava il petto e lì, strideva,

oh! chiudermi le orecchie e urlare!

Invece tutto si fece silenzio.

Scivolavano le brache sotto i piedi

e poi fui nudo.

Le spine nei calcagni mi fecero fermare,

attesi una morte che tardava,

infine giunse il mio cane,

strisciando, a coda bassa,

lo sguardo del peccato mi evitava,

ai piedi mi depose la destra,

attese una carezza e mi vegliò,

volli versare lacrime e non vennero,

lui pianse per me, mi vennero a cercare.

Forse ebbero pena, forse li disturbavo,

prima sgozzarono me, poi il cane.

Milano 16-4-2005