Ancora machete al lavoro in Africa.

Ancora l’Africa mi duole,

mi ammala il dolore del cuore dell’uomo,

di questo cuore di terra da cui sento di essere plasmato,

ancora l’acciaio separa la carne, oggi come allora.

La destra

Avrei voluto nascondere le mie povere mani,

seppellirle profonde tra i banani,

qualcosa mi spinse a fuggire,

cullando i polsi legati come un bimbo,

tra le braccia nude, urlanti e silenziose.

L’orrore delle ascelle accanto ai mozziconi

mi traversava il petto e lì, strideva,

oh! chiudermi le orecchie e urlare!

Invece tutto si fece silenzio.

Scivolavano le brache sotto i piedi

e poi fui nudo.

Le spine nei calcagni mi fecero fermare,

attesi una morte che tardava,

infine giunse il mio cane,

strisciando, a coda bassa,

lo sguardo del peccato mi evitava,

ai piedi mi depose la destra,

attese una carezza e mi vegliò,

volli versare lacrime e non vennero,

lui pianse per me, mi vennero a cercare.

Forse ebbero pena, forse li disturbavo,

prima sgozzarono me, poi il cane.

Milano 16-4-2005

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