La canapa selvatica

Ero andato a fare due passi per tenere bassi i trigliceridi i soliti sette o otto chilometri lungo le strade dell’interland, cercando sempre nuovi itinerari per le stesse mete.

Nonostante il tempo asciutto le temperature miti avevano fatto spuntare dei prataioli e dei piopparelli, così mi avvicinavo ai pioppi e ai sambuchi che sapevo avere ospitato in passato cespi dei secondi, mentre nelle radure cercavo i primi, mi trovai così in un culo di sacco tra muri di cemento, coperto da alberi, visto che non c’era uscita stavo tornando indietro quando un profumo mi fece guardare con attenzione e mi accorsi che tra le fronde che scostavo dal cammino si celava una pianta di maria.

Oh che dolce stupore trovarsi faccia a faccia con la santa pianta che tanti poeti ispirò, aerea, leggera, sottile, cresciuta com’era nella penombra della boscaglia. Mi tornò in mente il Nepal dove, a Katmandù, nel giardino della nostra casa crebbe, non piantata, una pianta di maria che in ottobre dovemmo tagliare con il machete…

Un attimo dopo però iniziai a guardarmi in giro sospettoso di trappole della Guardia di Finanza o dei Carabinieri, o della Polizia di Stato, o della Vigilanza Urbana, o della Polizia regionale, o di quella Provinciale, o di quella Postale, no, forse questa mi sarebbe stata risparmiata, ma e se dietro questi muri ci fosse una piantagione della mafia, o della n’drangheta, o della n’drina, o della camorra? Cosa sarebbe peggio essere beccato da questi o da quelli? Poi mi venne in mente che in effetti avevo contato più polizie che organizzazioni malavitose chissà qual era il significato sociologico?

Ma perbacco: c’era una pianta sola, sarà di qualche professionista a cui la pianta oramai spuntava dalla ringhiera del balcone, mi dissi, quindi stai tranquillo.

Eh, si, sono proprio i professionisti che girano col cannone, fatti di adrenalina per il su e giù della borsa o di cocaina per sembrare sicuri davanti ai clienti, buoni quelli…

No, meglio uno studente che, tornati i genitori dalle ferie, abbia deciso di nascondere fuori la pianta in attesa di fare il raccolto, si, e magari è di una di quelle bande che girano con i coltelli e devono fare vedere l’un l’altro che sono i più tosti, tipo “arancia meccanica”!

Ma, checcazzo! Mi devo fare venire le paRANOIE D A QUESTA PIANTA DI MERDA!

Sai che faccio? La brucio! Si adesso la taglio, poi la faccio seccare e poi la distruggo per vendetta, mi ha fatto andare in palla e io la faccio andare in fumo, nella pipa. Chissà se fa bene ai trigliceridi? Oh beh di qualcosa bisogna morire e piuttosto che morire di paura…

Milano 3 Ottobre 2008

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