Cade la pioggia, ma Agata che fa?

La pioggia dell’Aprile aveva stancato già tutti.
Agata non si attendeva un segno dal cielo, sì sapeva d’essere un’eletta, ma insomma, proprio un fulmine sull’antenna della macchina, un istante prima di pigiare il pulsante del telecomando, quando era a meno di due metri dall’auto! Rimase abbagliata e assordata, si volse e si appoggiò al palo del divieto di sosta, un istante, poi realizzò che era di metallo e si scostò di scatto, un’occhiata all’auto, le cui gomme fumavano, alla macchia scura sul tetto dove c’era stata l’antenne della radio, la convinse ad affrontare di nuovo la traversata della larga piazza sotto la pioggia fitta e fine.
Mentre beveva un capo in bi, in caffè, si rese conto di essere in ghetto. Si era allontanata dall’auto senza pensare a dove andava, così dopo tanto tempo era entrata in ghetto.
Da quando si era iscritta alla Lega non era più entrata in ghetto, chissà perché? In fin dei conti c’erano molti ebrei di destra, ce ne erano stati anche nel Partito Nazionale Fascista, addirittura alcuni erano stati sostenitori di Hitler, all’inizio della sua sciagurata parabola politica. Oltretutto che fosse ebrea per parte di madre, dalla trisnonna lungo la linea femminile (quindi a tutti gli effetti) lo sapeva solo lei, in seguito a quella malnata ricerca araldica, commissionata dal padre alla ricerca di qualche sedicesimo di nobiltà.
Ma allora perché tutto quel disagio, perché non era più riuscita a entrare in ghetto da allora? Appena si avvicinava all’angolo a est di Piazza Unità d’Italia cominciava a sentire di essere osservata, di più, sentiva che anche le pietre del marciapiede parevano farsi più lisce, e gli spigoli più acuti, sarebbe stato un attimo sbrizzar via de pè e romperse la testa su quei spigoi netti.
Poi questo pensare in triestino appena si avvicinava al ghetto, saltava fuori da ricordi ancestrali di cui non aveva contezza. Ecco, il caffè caldo cominciava a renderla più presente a se stessa, ah “aveva contezza” questo sì che era un bell’italiano aulico! Come gli era venuto poi di ordinare un capo in bi? Non sapeva neppure cosa fosse prima di entrare in quel bar, eppure, quando gli avevano presentato il caffè macchiato in bicchiere lo aveva riconosciuto subito.
Si era sempre ritenuta una Vera Padovana, una Veneta Vera! Non una veneziana con i piedi a mollo, adatta a fare la comparsa per Goldoni, non una vicentina campagnola e magnagati! Certo suo padre era del sud, ma si era integrato così bene! Dopo cinquant’anni lo si sarebbe detto proprio un indigeno, e sua madre… Lasciamo perdere… Sarebbe stato tutto così perfetto, se non fosse stato per quella trisnonna: ebrea triestina. Come dire il peggio del peggio.
Un tempo non le era dispiaciuta Trieste, con questa sua aria da zitella dignitosa, e i triestini che se la godevano mica male, sempre fuori di casa, o in caffè o in osmizza, o al mare o in Carso, era un bella città dove passare qualche giornata di vacanza, ma da quando aveva scoperto questa sua ascendenza… Niente! Non c’era verso. Aveva un bel ripetersi che sarebbe potuta andare peggio: avrebbe potuto scoprire un’antenata zingara! Ma il sollievo durava solo un attimo, era così inconcepibile…
Così queste riunioni degli eletti nelle liste della Lega nel Nord Est, che si tenevano a rotazione tra i capoluoghi, quando toccava a Trieste stavano diventando un tormento.
Il barista stava aprendo il prosciutto, cotto in crosta di pane, che gli avevano appena portato caldo, caldo e il profumo saliva nell’aria densa di umidità, ma lei si accorse con sgomento di avere ribrezzo di quella carne impura e si fece indietro, mentre le sue ghiandole salivari le inondavano la bocca.
Arrivavano intanto i clienti abituali che sapevano che era l’ora del prosciutto e venivano a bagnarsi il becco con un birin, mangiando un rotolin de prosciuto sul grisin, mentre altri accompagnavano l’ottavin de malvasia o de terrano con un piattin de prosciutto col kren. Sembrava una parodia, erano tutto piccine le cose che chiedevano… Frastornata dalle sue sensazioni Agata, uscendo, andò a sbattere con un uomo che entrava e le cadde la cartella con gli appunti per la relazione che avrebbe dovuto fare sull’incontro. Tutti i fogli si sparsero sul pavimento bagnato e tra le scarpe degli avventori. L’uomo le sorrise e per salvare la situazione disse: “Stè fermi tuti, che se stè fermi ofro il bis a tuti” poi si chinò in fretta ad aiutarla, infilandosi tra le gambe dei clienti a raccogliere i suoi fogli, mentre lei era rimasta, schifata, a guardare i suoi appunti mescolarsi alla segatura bagnata. Con un sorriso le si avvicinò, dicendole: “Mettiamoli ad asciugare sul termosifone e mi permetta di offrirle qualcosa intanto che aspettiamo, tanto per farmi perdonare”.
Ah ecco cosa presagiva quel fulmine!
In testa le frullava una canzone della Nannini, Agata era diventata sorda, sorrideva a quell’uomo come un’imbecille, il chiasso degli avventori era lontanissimo e questa specie di Lancillotto dagli occhi verdi e dal capello biondo, la guardava scompigliandole le sinapsi, lo vedeva muovere la bocca, ma non sentiva niente, lo seguì al tavolo e, mentre lui le scostava la sedia, ricollegò i sensi e il rumore del caffè tornò, fastidioso, mentre lei cercava di sentire le sue parole di presentazione.
Wlado Kubernakis mediatore culturale del comune di Trieste per la comunità rom. Era un rom di origini greco-ungheresi, i suoi facevano i giostrai in giro per l’Europa.
Il cerchio era completo, prima di sapere del suo sedicesimo di sangue ebraico lo avrebbe salutato con cortese fermezza e infastidita se ne sarebbe andata, dimenticandolo, ora sentiva, sapeva, che sarebbe stato tutto diverso.

Milano 26 Marzo 2009

Annunci

Due passi nel bosco

Imbibita di pioggia la terra geme
Si lamenta l’erba cipollina
Il muschio cede l’acqua che trattiene
Poi la riprende come respirando
Il cuoio delle foglie morte tace
Si fa poltiglia sotto il piede
Son molli i ricci di castagno
Neppure i rami morti crocchiano più
Cedendo sotto il piede mugolano piano
Eppure
Tra i lamenti cresce ribelle la peonia
Affaccia il capolino anche il muscari
Io cerco il luogo dove sepolto stavi
Mentre io ti aspettavo
Mentre ti cercavo
Là dove la lupara bianca ti lasciò
Là dove avrebbero voluto tu restassi
Non è nel cimitero che ti trovo
Ma qui dove ti lasciarono morente
Coperto dalle foglie e qualche ramo.

Milano 19 Marzo 2009

Dalla ritirata di Russia

Ho amato il mio cavallo,

con lui ho diviso l’acqua,

con lui il pane e le rape,

abbiamo diviso la coperta

e poi la poca paglia,

gorgogliavano i nostri stomaci,

vuoti, troppo a lungo vuoti,

poi venne la neve,

poi venne il vento,

raschiavo la corteccia dei gelsi,

per succhiarne le fibre, entrambi,

acquose, dolciastre per un poco,

poi si fece l’inverno vero,

ci dividemmo un ratto,

abbrustolito un poco

ad un fuoco di canne.

Avrei voluto liberarlo,

ma lui testardo mi veniva dietro,

mi sostenne a volte,

con la sua grande testa pesante,

io avrei voluto dimenticare,

il paese, la moglie, il padre,

dimenticare le dita gelate,

lasciarmi andare, seduto,

sarei stato in poco un covone,

dimenticato, coperto di neve,

sarei tornato alla terra,

mangiato dalle formiche

in essa mi sarei sperso…

Ma dovevo dargli la strada.

Ora il treno mi aspetta,

ma lui non potrà salire,

il treno mi porterà a Odessa

e poi da lì il vapore…

Intanto lo hanno impastoiato,

mentre io salgo la scaletta,

lo vedo camminare incerto,

si volta un momento,

non alza la testa,

mi sento morire,

si volge lento, lo vedo,

confuso, muovere mezzi passi,

in tondo, io salgo,

senza più sentire niente,

mi chiedono qualcosa,

ma non sento,

sono sprofondato,

sprofondato dentro.

Milano 12 Ottobre 2004

Ai giorni d’afa seguono grigi giorni d’autunno,
le foglie illanguidite pendono incerte, poi cadono,
una pausa al sole concede l’ottobre
e io mi ci rotolo, gozzovigliando sonni lunghi
conciliati da giorni serotini e freschi.
Il profumo dei funghi sale dal fosso alla strada,
la cervicale rammenta il berretto e la sciarpa,
il chiodo di garofano e lo stracotto si accoppiano
con i caldi vapori della polenta, mentre vanno in scena
deliri di sangue e ossessioni che cucinano il mio cuore,
marinato nel dolore, nelle spezie della quotidianità
che tutto rende uguale a sé stesso…