Dalla ritirata di Russia

Ho amato il mio cavallo,

con lui ho diviso l’acqua,

con lui il pane e le rape,

abbiamo diviso la coperta

e poi la poca paglia,

gorgogliavano i nostri stomaci,

vuoti, troppo a lungo vuoti,

poi venne la neve,

poi venne il vento,

raschiavo la corteccia dei gelsi,

per succhiarne le fibre, entrambi,

acquose, dolciastre per un poco,

poi si fece l’inverno vero,

ci dividemmo un ratto,

abbrustolito un poco

ad un fuoco di canne.

Avrei voluto liberarlo,

ma lui testardo mi veniva dietro,

mi sostenne a volte,

con la sua grande testa pesante,

io avrei voluto dimenticare,

il paese, la moglie, il padre,

dimenticare le dita gelate,

lasciarmi andare, seduto,

sarei stato in poco un covone,

dimenticato, coperto di neve,

sarei tornato alla terra,

mangiato dalle formiche

in essa mi sarei sperso…

Ma dovevo dargli la strada.

Ora il treno mi aspetta,

ma lui non potrà salire,

il treno mi porterà a Odessa

e poi da lì il vapore…

Intanto lo hanno impastoiato,

mentre io salgo la scaletta,

lo vedo camminare incerto,

si volta un momento,

non alza la testa,

mi sento morire,

si volge lento, lo vedo,

confuso, muovere mezzi passi,

in tondo, io salgo,

senza più sentire niente,

mi chiedono qualcosa,

ma non sento,

sono sprofondato,

sprofondato dentro.

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