Domande incompetenti formulate da un imbecille.

Sgombriamo il campo: l’imbecille sono io le domande incompetenti sono:

– è stata misurata qualche variazione di temperatura della crosta terrestre che possa essere messa in relazione al riscaldamento gobale?

– potrebbe un riscaldamento della crosta terrestre provocare una sua, anche minima, dilatazione?

– se sì potrebbe ciò provocare una diminuzione della pressione della crosta sul mantello in alcune zone e in altre, al contrario, un suo aumento?

– è stato misurato un riscaldamento degli oceani, non solo in superfice, ma anche in profondità?

– una variazione della temperatura degli oceani inciderebbe sulla loro densità in modo abbastanza consistente da variare la loro pressione sulla crosta oceanica e ciò si ripercuoterebbe sulla pressione di questa sul mantello?

Queste domande sono dettate dall’osservazione che, nei corpi rigidi, una minima variazione di dimensione può comportare grandi variazioni di pressione.

Ho quasi paura di avere risposta a queste domande, se la risposta fosse positiva dovremmo mettere nel conto della civiltà del carbone-petrolio anche questi lutti.

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Produrre e gettare, produrre e usare: il Riparativismo.

Dapprima le diverse crisi economiche, che hanno colpito l’occidente a ondate successive, intervallate da momenti di quiete relativa e addirittura di brevi espansioni settoriali, poi il tunnel della grande crisi da cui si continua a proclamare prossima l’uscita, ora questa messa all’angolo della supponenza scientifico-tecnologico-finanziaria, da parte del terremoto e del conseguente maremoto in Giappone, per chi vuole vedere all’orizzonte si profila un cambiamento che potrebbe essere definito davvero epocale, se ancora fosse possibile utilizzare questo aggettivo inflazionato: le priorità economico-produttive di una società che voglia mantenere una relativa stabilità stanno cambiando, dalla produzione legata al consumo breve e alla discarica veloce, ci si deve rivolgere ad una produzione di beni durevoli veramente tali, di beni riparabili, di beni aggiornabili.

Solamente una società che sappia aggiornare la sua scala di valori  e con essa la economia produttiva a questi nuovi obiettivi, sarà in grado di mantenere quel grado di distribuzione della ricchezza e del lavoro, necessari e sufficenti a mantenere un grado di coesione sociale minimo, indispensabile per non precipitare in un gorgo di guerre e rivolte senza progettualità, incapaci di costruire alcunché.

Il nuovo modello economico-produttivo dovrà prevedere che, di ogni bene, venga prevista, già in sede progettuale, la riparabilità o la sostituabilità di ogni componente e che, tali componenti, siano facilmente separabili nei diversi materiali da riciclare, il costo relativo all’uso di un bene, quindi, dovrà poter essere “spalmato” su di un tempo molto più lungo dell’attuale, per fare un esempio, mentre ora il costo di un bene si concentra, in massima parte, al momento dell’acquisto, in piccolissima parte si manifesta durante la vita del bene sotto forma di manutenzione e infine, in parte quasi trascurabile, al momento della dismissione, bisogna che la sua durata utile aumenti sostanzialmente, in relazione alla sua riparabilità e la sua eventuale aggiornabilità, quindi parte consistente del costo dell’uso del bene sarà distribuito lungo la sua vita utile, ciò dovrà produrre una distribuzione del lavoro, in relazione all’uso di un bene, a una filiera molto più estesa, non più relativa cioè alla sola produzione, ma a tutta la sua vita economica, fino al suo rientro nella filiera produttiva come materia prima riciclata.

Le conseguenze di una simile organizzazione economica saranno molteplici, abbiamo detto in primo luogo che la durata economica di un bene dovrà consistentemente aumentare, i centri di manutenzione dovranno essere distribuiti più o meno capillarmente nel territorio, distribuendo un consistente numero di lavoratori in piccoli aggregati. Tutto ciò diminuirà la quantità di risorse destinate al trasporto delle merci (dai concentrati luoghi di produzione agli utenti) in quanto il ricambio di  beni “nuovi” sarà molto minore, ma anche il trasporto dei lavoratori dai luoghi di residenza al posto di lavoro, in quanto molta parte della forza lavoro collegata alla vita del bene sarà, come abbiamo detto, distribuita sul territorio (nei centri di assistenza); è il caso di sottolieare, forse, che mentre la produzione di un bene è generalmente meccanizzabile in misura consistente, la sua riparazione, o il suo aggiornamento, lo sono molto meno, saranno presumibilmente di più le “ore uomo” coinvolte nella manutenzione del bene di quelle coinvolte nella sua produzione (e questo naturalmente non per difetti di fabbricazione, ma per scelta di durevolezza) aumenterà quindi notevolmente la componente di  “valore salariale” dell’uso del bene in relazione alla sua componente “valore capitale”.

Voglio mettere in risalto l’importanza che attibuisco alla locuzione ribadita “costo d’uso del bene”, in contrapposizione a “costo di produzione del bene”, in quanto è proprio in questa traslocazione del centro d’attenzione del ragionamento economico, che sta la possibilità di mantenimento di una socialità organizzata in questo millennio, come intuito dal taoismo alcuni millenni addietro e dal movimento anarchico alcuni secoli fa.

P.S.: L’uso del futuro è un augurio per le prossime generazioni.

Dal Marginalismo poetico al Riparativismo economico

La prima parte del titolo dell’articolo si riferisce a una teorizzazione, delineata in forma poetica, ma operata anche in forme pittorico-scultoree, del Marginalismo come scelta etica ed economica, da parte di alcuni intellettuali fin dagli anni ’80 del XX secolo, la seconda parte verrà argomentata nell’articolo.

Dapprima le diverse crisi economiche, che hanno colpito l’occidente a ondate successive, intervallate da momenti di quiete relativa e addirittura di brevi espansioni settoriali, poi il tunnel della grande crisi da cui si continua a proclamare prossima l’uscita, ora questa messa all’angolo della supponenza scientifico-tecnologico-finanziaria, da parte del terremoto e del conseguente maremoto in Giappone, per chi vuole vedere all’orizzonte si profila un cambiamento che potrebbe essere definito davvero epocale, se ancora fosse possibile utilizzare questo aggettivo inflazionato: le priorità economico-produttive di una società che voglia mantenere una relativa stabilità stanno cambiando, dalla produzione legata al consumo breve e alla discarica veloce, ci si deve rivolgere ad una produzione di beni durevoli veramente tali, di beni riparabili, di beni aggiornabili.

Solamente una società che sappia aggiornare la sua scala di valori e con essa la economia produttiva a questi nuovi obiettivi, sarà in grado di mantenere quel grado di distribuzione della ricchezza e del lavoro, necessari e sufficenti a mantenere un grado di coesione sociale minimo, indispensabile per non precipitare in un gorgo di guerre e rivolte senza progettualità, incapaci di costruire alcunché.

Il nuovo modello economico-produttivo dovrà prevedere che, di ogni bene, venga prevista, già in sede progettuale, la riparabilità o la sostituabilità di ogni componente e che, tali componenti, siano facilmente separabili nei diversi materiali da riciclare, il costo relativo all’uso di un bene, quindi, dovrà poter essere “spalmato” su di un tempo molto più lungo dell’attuale, per fare un esempio, mentre ora il costo di un bene si concentra, in massima parte, al momento dell’acquisto, in piccolissima parte si manifesta durante la vita del bene sotto forma di manutenzione e infine, in parte quasi trascurabile, al momento della dismissione, bisogna che la sua durata utile aumenti sostanzialmente, in relazione alla sua riparabilità e la sua eventuale aggiornabilità, quindi parte consistente del costo dell’uso del bene sarà distribuito lungo la sua vita utile, ciò dovrà produrre una distribuzione del lavoro, in relazione all’uso di un bene, a una filiera molto più estesa, non più relativa cioè alla sola produzione, ma a tutta la sua vita economica, fino al suo rientro nella filiera produttiva come materia prima riciclata.

Le conseguenze di una simile organizzazione economica saranno molteplici, abbiamo detto in primo luogo che la durata economica di un bene dovrà consistentemente aumentare, i centri di manutenzione dovranno essere distribuiti più o meno capillarmente nel territorio, distribuendo un consistente numero di lavoratori in piccoli aggregati. Tutto ciò diminuirà la quantità di risorse destinate al trasporto delle merci (dai concentrati luoghi di produzione agli utenti) in quanto il ricambio di beni “nuovi” sarà molto minore, ma anche il trasporto dei lavoratori dai luoghi di residenza al posto di lavoro, in quanto molta parte della forza lavoro collegata alla vita del bene sarà, come abbiamo detto, distribuita sul territorio (nei centri di assistenza); è il caso di sottolieare, forse, che mentre la produzione di un bene è generalmente meccanizzabile in misura consistente, la sua riparazione, o il suo aggiornamento, lo sono molto meno, saranno presumibilmente di più le “ore uomo” coinvolte nella manutenzione del bene di quelle coinvolte nella sua produzione (e questo naturalmente non per difetti di fabbricazione, ma per scelta di durevolezza) aumenterà quindi notevolmente la componente di “valore salariale” dell’uso del bene in relazione alla sua componente “valore capitale”.

Voglio mettere in risalto l’importanza che attibuisco alla locuzione ribadita “costo d’uso del bene”, in contrapposizione a “costo di produzione del bene”, in quanto è proprio in questa traslocazione del centro d’attenzione del ragionamento economico, che sta la possibilità di mantenimento di una socialità organizzata in questo millennio, come intuito dal taoismo alcuni millenni addietro e dal movimento anarchico alcuni secoli fa.

P.S.: L’uso del futuro è un augurio per le prossime generazioni.

Terapie omeopatiche per contaminazione nucleare e ferite di guerra

Riceviamo e per par condicio pubblichiamo una lettera del Presidente della Società di Pranoterapia Omeopatica Ayurvedica Applicata e docente, presso il Collegio Bompa di Medicina Estemporanea, di Fondamentalia Macaronica prof. Pindaro Mattocchio.

“In questo triste momento in cui in paesi a noi vicini, come la Libia, e più lontani, come il Giappone, la popolazione locale si trova ad affrontare situazioni difficili, vuoi per conflitti armati, vuoi per disastri ambientali, vogliamo proporre alla loro attenzione l’omeopatia, che tutto cura e non ha controindicazioni.

Cominciando con la Libia ci sentiamo di proporre alle autorità, qualunque esse siano, il rimedio principe per le ferite da arma da fuoco dei loro cittadini, la famosa pistola Fioccon a pallini di ghiaccio con Pb in diluizione 10 CH e 15 CH per ferite da pistola e da mitra, con essa è sufficente individuare esattamente l’area colpita dal proiettile e, simmetricamente, dalla parte specularmente opposta del corpo, nella medesima posizione, sparare il pallino adeguato, non esistono controindicazioni, il pallino è sparato con velocità di 0,2 cm/s e ha una massa di 0,02 g, alcune preauzioni vanno prese solo per ferite ai globi oculari.

Veniamo al Giappone, sembra opportuno ricordare alla popolazione a rischio che, onde prevenire danni da radiazioni è sufficente munirsi della nota cannuccia aero-dosatrice, prodotta dalla ditta Bollon e allegata alla nostra rivista “Zizza omeopatica” nel numero di ottobre 2010, (in previsione della ripresa del programma nucleare italiano). Con tale cannuccia si faranno 6 respiri di due secondi di aria contaminata al giorno per 20 giorni, il resto dei respiri andranno fatti da una adeguata scorta di bombole di aria compressa, con questo avremo risolto il problema della contaminazione atmosferica, per quanto riguarda la eventuale contaminazione alimentare, invece, sarà sufficente utilizzare la medesima cannuccia Bollon per succhiare una goccia di acqua, 3 volte al giorno, da un bidone di acqua pura in cui sarà stata messa una goccia di acqua a cui sarà stata mostrata l’aria contaminata esterna attraverso una finestra chiusa, il resto dell’acqua da bere sarà preso da altri bidoni.

Confidando di avere fatto cosa utile alle popolazioni colpite le salutiamo con affetto.”

Non sappiamo quanto possano essere utili i suggerimenti del professore alle popolazioni in sofferenza, ma se può esistere una centrale nucleare sicura allora tutto è possibile, quindi adesso andiamo ad accendere un cero a Sant’Antonio di Viggiù affinchè gli italiani trovino il senno perduto.

Webank: i soldi son qui, no non ci sono, son lì, forse, chissà?

Avere un conto corrente presso Webank del gruppo BPM è come giocare alle tre carte in un vicolo di Napoli: carta vince carta perde, dov’è l’asso di bastoni?
Essendomi accorto di avere una certa cifra sul cc ho deciso di acquistare dei BTP indicizzati area € ho calcolato di avere circa il 10% più di quanto sembrava il costo dell’operazione sul sito di Webank e ho dato l’OK.
Nel giro di due giorni sono stato subussato di msg che mi indicavano che ero in rosso.
Come mai vi chiederete voi.
Semplice: quei titoli sono indicizzati sul capitale e sulle cedole, quindi, anzichè 102,15 costavano 118,37, mi sono affrettato a ricoprirmi, ma i msg continuavano e lo scoperto aumentava!
Così ho scoperto che mi avevano accreditato due volte la cedola di un titolo, con due ammontari diversi, così è stato ancora più difficile capire l’arcano, e naturalmente mi hanno fatto lo storno allo stesso momento dell’accredito, così avendo io nel frattempo trasferito il danaro sul deposito in attesa di avere una cifra tale da giustificare un reinvestimento, mi aspetto che mi addebitino un mese di interessi passivi e magari anche il tasso di massimo scoperto, il tutto senza che io abbia fatto niente, hanno fatto tutto loro.
Ho telefonato per avere chiarimenti e mi hanno detto che mi avrebbero richiamato, per ora sono passate 24 ore e non è successo, informerò gli affezionati risparmiatori-lettori dell’evoluzione, come ho già fatto riguardo alla “via crucis” per ottenere il rimborso della doppia tassazione sui titoli di stato della Spagna, per inciso sono appunto di nuovo questi titoli che hanno causato il casino in questa situazione, infatti mi avevano accreditato una cedola con tassazione semplice (solo italiana 12,5%) e una con tassazione doppia (12,5% italiana e 19% spagnola) per cui io non mi sono accorto del doppione, il bello è che io ho inviato la documentazione richiesta il 27 Ottobre e la cedola scadeva il 31 Gennaio, direi che tre (3) mesi non sono pochi! Per quanto riguarda il rimborso della cedola invece sulla quale avevano già fatto la doppia tassazione mi hanno detto che la pratica richiede 18 mesi, secondo voi mi daranno gli interessi su questo differito rimborso?
E invece a chi dovrei chiedere i danni se la banca volesse gli interessi per questo ristorno antedatato di 38 giorni?
Non sarà che sono io a dover chiedere un onorario alla banca per controllare i conti che fanno loro?

Titoli di Stato spagnoli e doppia imposizione fiscale, quinta puntata.

Buone nuove, nell’ultima cedola sono riuscito ad avere una sola tassazione, quella italiana (per evitare la tassazione spagnola bisogna inviare con congruo anticipo, un paio di mesi, il proprio certificato di residenza fiscale, in inglese o spagnolo, alla banca, che dovrà inviarlo all’ente che detiene i titoli, di solito Clear Stream, che penserà a informare il fisco spagnolo) quindi solo il 12,5% anziché il 31,5%. Il rimborso per la cedola dell’anno scorso invece mi hanno detto che arriverà dopo circa 18 (diciotto) mesi dall’avvio della pratica!

Ma le disavventure non sono finite, ho avuto da fare al momento della scadenza e negli stessi giorni scadevano varie cedole per piccoli importi, le ho archiviate senza guardarle subito, avendo quindi un po’ di liquidità, quando ho avuto tempo, circa un mese dopo, ho acquistato dei BTP indicizzati area euro, la sorpresa è stata che sono finito in rosso!

Due le cause:

1- I titoli da me acquistati erano indicati a un prezzo (102 circa) che non comprendeva l’indicizzazione del capitale mentre il prezzo reale era 118 circa e nessun avvertimento era sul sito.

2- Uno storno, antedatato di 37 giorni, mi toglieva l’ammontare delle cedole, che scopro ora essermi state accreditate due volte, una volta con la tassazione solo italiana e una volta con la tassazione doppia.

Morale: SU WEBANK BISOGNA CONTROLLARE TUTTO! Adesso voglio vedere come risolveranno la cosa, scommetto che cercheranno di farmi pagare gli interessi per il periodo di rosso!

Ma se io devo controllare tutto quello che fanno sul mio conto rigo per rigo, non dovrebbero pagarmi il disturbo?

Qualcuno mi puo suggerire una banca più affidabile?

P.W. per siti di enti pubblici e Garante della Privacy

Mi è più volte accaduto con siti dell’INPS, dell’ENPDAP, del comune di Milano e dell’Agenzia delle Entrate che le mie PW fossero scadute, proprio quando dovevo utilizzarle scoprivo che dovevo ricominciare la trafila telefonica (quando va bene), mi è successo quando agivo in proprio e quando agivo su delega di anziani parenti, una grandissima seccatura!

Da quanto sono riuscito a capire questa regola di far scadere le PW ogni pochi mesi è stata formulata su imput del Garante della Privacy, mi sono chiesto più volte quali fossero i dati tanto interessanti, tra quelli custoditi da tali Enti, che potessero interessare terze persone e non sono riuscito a darmi una risposta, ma vorrei dare un suggerimento al Garante e a questi Enti, visto che le visite, per la maggio parte dei comuni utenti, sono estremamente rare, non più di un paio all’anno di media, non si potrebbe fare che le PW scadano ad es. ogni dieci ingressi nel sito?

Con le attuali norme ad ogni ingresso, appunto uno o max due all’anno, la PW risulta sempre scaduta e bisogna passare ore al telefono con i call center per ottenerne una nuova, senza considerare le difficoltà, quando si opera per un’altra persona magari di sesso diverso e l’operatore del call center vuole dare la PW solo all’utente in persona, che magari è sordo, così colui che si presta a fare un favore, si trova anche a dover parlare in falsetto o a cercare di fare una voce da novantenne avendo solo vent’anni.

Mi rendo conto che bisogna tutelare la privacy di politici, attori e imprenditori che non vogliono vedere pubblicati i loro dati, ma costoro si rivolgono a commercialisti che hanno consuetudine con il sistema e potrebbero anche avere accesso con firme digitali, o altre complicazioni, che li farebbe sentire anche più sicuri, mentre la maggior parte di coloro che prendono pensioni sociali o comunque esigue o limitate e magari hanno problemi di dambulazione e si rivolgono a figli, nipoti o vicini di casa per avere informazioni o scaricare modulistica o compilare moduli on-line, alla fin fine diventano un peso anche per le persone dotate della migliore “buona volontà”.

Ma non c’era un Ministero alla semplificazione burocratica? Allora perché l’INPS spende un saco di soldi per far compilare i moduli PSAS/ACC dai CAF quando sarebbe sufficente uno scambio di dati con la ASL per sapere che gli anziani pensionati di cui si vuole sapere la residenza in Italia, hanno un medico in Italia che prescrive loro medicine, che ritirano tali medicine in farmacia, che fanno esami del sangue e visite specialistiche ecc?

Anche questi dati sono riservati per la privacy? Ma non è necessario che le ASL dicano i nomi delle medicine e il tipo di patologie di cui soffre il soggetto, mi sembra che sarebbe sufficente sapere che usufruisce almeno ogni qualche mese di tali prestazioni.

Sono un sognatore utopista?

L’idea che tutte queste tessere con chip e questi numeri e questi documenti che dobbiamo esibire ad ogni piè sospinto, possano avere qualche utilità anche per noi, poveri oggetti nelle mani della burocrazia è davvero tanto campata per aria?