Ilvo Diamanti e la scuola pubblica, con vent’anni di ritardo

In questo post sul suo blog su Repubblica ,rivolgendosi ai ragazzi, dice tra l’altro: “Ascoltatemi: non studiate. Non nella scuola pubblica, comunque. Non vi garantisce un lavoro, né un reddito. Allunga la vostra precarietà. La vostra dipendenza dalla famiglia. Non vi garantisce prestigio sociale. Vi pare che i vostri maestri e i vostri professori ne abbiano? Meritano il vostro rispetto, la vostra deferenza? I vostri genitori li considerano “classe dirigente”? Difficile.

Qualsiasi libero professionista, commerciante, artigiano, non dico imprenditore, guadagna più di loro. E poi vi pare che godano di considerazione sociale? I ministri li definiscono fannulloni. Il governo una categoria da “tagliare”. Ed effettivamente “tagliata”, dal punto di vista degli organici, degli stipendi, dei fondi per l’attività ordinaria e per la ricerca.

Spero che egli mi perdoni la lunga citazione, ma il suo pezzo non si presta alle estrapolazioni.

Caro Ilvo Diamanti questo suo post mi ha riportato alla mente una lettera che un amico scrisse a Indro Montanelli nel luglio del 1996, reperibile qui sul Corriere della Sera, in cui, ringraziandolo ironicamente per averlo invogliato ad abbandonare la scuola, tra l’altro scrive: “Ero un docente di scienze, chimica e geografia al liceo; lottavo ogni giorno con una burocrazia che mi sommergeva di adempimenti formali e con il disagio giovanile. Pur con tutto cio’ , insegnare mi piaceva, fino a che non ho cominciato a percepire un sostanziale e diffuso disprezzo per gli insegnanti. Un certo disagio ha cominciato a serpeggiarmi in corpo e ho cominciato valutare il mio stipendio in relazione a quello di altri con la medesima preparazione culturale ed impegno temporale equivalente: la differenza era di almeno il 50 per cento. Circa tre anni fa ho sentito lei parlare male della scuola italiana e dei suoi insegnanti. Qualcosa mi scatto’ dentro e chiesi il pensionamento anticipato, nonostante fosse prevista una decurtazione del 35 per cento. Le sono debitore finora di due anni di vita serena, spero di aumentare col futuro questo mio debito. Ancora grazie.

Indro Montanelli evidentemente non colse (o non volle cogliere) l’ironia e rispose: ” Scusi: perche’ ringrazia me? Forse mi e’ sfuggito qualcosa.

I problemi che gli insegnanti vivono sono numerosi e hanno radici lontane, quell’amico mi spiegò in alcune lettere che, quando lasciò la scuola, aveva preso coscienza del crescente disagio in parte dovuto al disprezzo sociale nei confronti degli insegnanti, visti come falliti nella vita, già da alcuni anni, solo l’affezione per il suo lavoro e per i suoi studenti gli aveva consentito di resistere per sovrappiù alle riforme formali e inconcludenti, all’incompetenza e al disinteresse di buona parte dei dirigenti, alla mancanza di mezzi e di attrezzature ecc.

Avevo altri amici e colleghi di studi che insegnavano, alcuni talmente appassionati da continuare a lavorare nonostante una malattia invalidante come la sclerosi multipla, che avrebbe loro consentito di ritirarsi dall’insegnamento senza decurtazioni della pensione, altri capaci di rinviare operazioni chirurgiche di sei mesi fino all’estate per non lasciare classi di maturità in mano a colleghi che non le conoscevano.

Indendiamoci bene, non sto facendo una difesa d’ufficio degli insegnanti, nella mia vita ne ho conosciuto anche  che non valevano nulla, ma la stessa cosa era, ed è, tra impiegati e dirigenti della pubblica amministrazione in generale, tanto quanto delle imprese private.

Insomma, caro Ilvo Diamanti, sono d’accordo con lei su buona parte di quel che scrive nel post citato e purtroppo lo sono da prima, come molti altri che hanno vissuto la società dall’interno, sensibili alle correnti, solo speravo che la sociologia potesse individuare i problemi al loro sorgere o giù di lì, non quando oramai arrivano alle loro più nefaste conseguenze, ma forse al peggio non c’è mai fine e anche il suo post potrebbe dire qualcosa ai meno avveduti.

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