L’utopia della riforma della giustizia con una bacchetta magica

Leggo che Giovanni Canzio, presidente della Corte di appello di Milano, ipotizza la possibilità, con una semplice legge, e non con una riforma “epocale”, di riformare parzialmente la giustizia “sterilizzando la prescrizione”, fermarla cioè dopo il verdetto di primo grado.
Alcuni commentatori hanno appoggiato tale ipotesi come risolutiva per i problemi che affliggono il nostro sistema giudiziario, altri hanno messo in luce come una norma di tal fatta, isolatamente inserita nel contesto attuale, potrebbe rendere la giustizia assolutamente teorica in quanto, una volta ottenuta la condanna in primo grado e quindi ottenuto la procedibilità ad libitum su un imputato, potrebbero verificarsi casi di rinvii ripetuti e non messa a ruolo nei gradi successivi per la cronica mancanza di personale e risorse, nei casi in buona fede, e per attendere tempi e leggi migliori in altri, mantenendo l’esecutività della condanna sospesa.
Purtroppo in questo campo le ragioni (e i torti) sono da ogni parte, per cui non esiste un singolo provvedimento che possa agire come un lievito, o se si vuole come un catalizzatore, per mutare l’essenza di questa nostra giustizia malata. Ci sono magistrati attivi, coerenti con la loro missione e il dettato costituzionale e ci sono magistrati immersi nella melassa della “classe dirigente” locale e nazionale che non possono (non vogliono?), liberarsi dai legami con essa. Quante volte importanti processi si sono arenati nel “porto delle nebbie” (il palazzo di giustizia di Roma)? Quante volte la Corte di Cassazione ha bocciato sentenze su cavilli rivelatisi poi inconsistenti? Quante volte dei magistrati hanno formalmente emesso condanne esemplari, ma sostenute da motivazioni che sembravano fatte apposta per essere bocciate appunto in Cassazione, mentre la prescrizione avanzava? Quanti sono i Palazzi di Giustizia sotto organico? Quanti sono i banchetti e le cerimonie a cui partecipano i dirigenti di Procure e Tribunali, immergendosi in quella melassa di legami informali con politici e imprenditori, che sarà poi difficile perseguire con afficacia e imparzialità quando delinquono, e purtroppo pare che lo facciano spesso? Questo non vuole dire che non si possa fare niente, da qualche parte bisogna cominciare, ma non si pensi di cavarsela con così poco, un articoletto di legge sulla prescrizione, bisogna rendere responsabili i giudici per errori ed omissioni, se non civilmente, almeno dal punto di vista di carriera, invece allo stato dei fatti i casi di magistrati puniti dal CSM sono, diciamo, esigui, per carità di patria. Capitolo a parte per gli avvocati, che andrebbero puniti già soltanto per il tentativo di applicare strategie dilatorie, che appunto questa proponenda norma renderebbe inutili (per il cliente) oltre la prima istanza, salvo il caso, ovviamente, di cliente facoltoso e anziano, che potrebbe in ogni caso riuscire ad arrivare a fine vita senza vedersi limitare la libertà, ricorrendo a tutti i gradi di giudizio. Da qui la necessità comunque di porre freno alle tecniche dilatorie nei processi.
Nell’amministrazione della giustizia, come nell’insegnamento, come in ogni altra parte della pubblica amministrazione, andrebbe applicato il criterio del controllo da parte dell’utente, le grandi aziende serie hanno dei sistemi per controllare l’efficacia del loro apparato nel soddisfare le esigenze del cliente, in tutti i campi della pubblica amministrazione bisognerebbe trovare il modo di valutare l’efficacia del servizio e di chi ci lavora.
Ovviamente è particolarmente difficile trovare il modo di valutare il lavoro di un magistrato, ma sarebbe possibile mutuare alcune metodologie di valutazione dalla scuola, ad esempio la valutazione da parte degli utenti a distanza di alcuni anni dal servizio prestato, quando si siano almeno parzialmente sopite le emozioni di eventuali valutazioni negative o condanne e comunque, naturalmente occorrerebbero numeri sufficentemente grandi per effettuare valutazioni valide.
In ogni caso è assolutamente necessario che chiunque sia sotto il controllo di qualcun altro e che gli utenti siano in tale circuito.

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