9 motivi per non avere un cane

Qui il sito Business Insider elenca nove buone ragioni (“Argomenti rigorosamente scientifici per accogliere un «migliore amico dell’uomo» in famiglia” sostiene Simona Marchetti su “corriere.it”) per avere un cane, voglio provare ad elencarne alcune per non avere un cane, basandomi sulla mia esperienza di pluriennale padrone di due cani, l’uno piccolo e l’altro grande.

Paco De Mezzis

Paco De Mezzis

Naturalmente i motivi che andrò elencando non rendono automaticamente non vere le nove le ragioni indicate  da BI, ma aiutano a comprendere meglio il problema nel suo complesso.

1- Tutti i cani che arrivano alla terza età finiscono con l’avere problemi di minzione o di evacuazione, in altre parole: o pisciano sgocciolando in giro tutto il giorno o pisciano a fatica e tocca pure controllare il pH dell’urina oppure alternano stitichezza e diarrea con esiti disastrosi per la moquette dell’ascensore. Siete pronti a passare anni in cui, con quelle meravigliose amicizie da parco, trascorrerete ore a discorrere delle vicende digestivo evacuative dei vostri beniamini?

Ruggero Bacone

Ruggero Bacone

2- Tutti gli esseri viventi, prima o poi, smettono di esserlo, trascuriamo tutta la fase in cui avete curato con dedizione il vostro beniamino da malanni trascorrenti e dai primi malanni cronici, a un certo punto l’animale mangia poco e svogliatamente, cammina più o meno malamente pochi passi e muove la coda solo quando vi vede perché non ci sente più o viceversa solo quando vi sente perché non ci vede più, ebbene a quel punto, suppergiù, dipende ad es. da quanto pesa il cane da portare fuori in braccio e dalla vostra forma fisica o da quanto il cane mostra di soffrire e da quanto soffrite voi per empatia, a questo punto, quando deciderete di farlo sopprimere, voi sarete emotivamente persi, cercando di farvi forza andrete dal veterinario e hops!

Il vostro veterinario è a un congresso e il sostituto non sa che da tre anni vedete più spesso la sua sala d’attesa che vostra moglie e che questa frequentazione ha sì aumentato la vita della vostra macchina di due anni, causa budget sforato in fatture del veterinario, ma messo in pericolo la vostra lasciandovi appiedato un paio di volte in autostrada. Questo sostituto insomma, per farla breve, non è convinto che si siano esperiti tutti i possibili rimedi delle farmacopee animali ed umane, omeopatiche ed allopatiche, olistiche e particulari quindi si rifiuta di sopprimere l’animale oppure per assicurarsi che il vostro non sia un capriccio cerca di farvi sentire una merda fino a quando, ricordando le inutili sofferenze cui vi siete sottoposti (voi avete sofferto per interposto sofferente) vi mettete a piangere a dirotto a quel punto cede e vi sottopone da firmare tutti i fogli del caso e in capo a due mesi, arrivano insieme: l’estratto conto della carta di credito, (e siete in rosso!) e un pacco UPS contenente il vostro beniamino impagliato, che fattura! Speriamo che non voglia farsi impagliare anche la nonna!

3- I luoghi a cui è vietato, più o meno a buon diritto, l’accesso ai cani sono molti di più di quanti non pensiate, la scelta di alberghi, campeggi, villaggi, appartamenti, stabilimenti balneari, seggiovie, cabinovie, banche e gioiellerie (provate a entrare nelle bussole antifurto o simili doppie porte vicine, con un cane di taglia media con la coda svolazzante!) I primi tempi riuscirete forse a lasciare il cane in auto qualche ora ogni tanto, ma ai primi freddi o ai primi caldi o ai primi danni alla tappezzeria vedrete che la vostra massima diventerà “se non vogliono il mio cane non meritano me!” La vostra vita cambierà: provate a capire quali documenti devono accompagnare il vostro cane in vacanza con voi non dico all’estero, ma già solo cambiando regione, vi accorgerete che, se siete stati in grado di far quadrare il cerchio delle esigenze della vostra famiglia e quelle del lavoro, non è detto che riusciate anche a farci stare il cane.

4- Avete pensato che l’amore del vostro cane, che tanto vi consola, è pagato da animali di tutti i tipi, che vengono uccisi dove è più facile e costa meno, per fare i bocconcini per lui?

5- Sapete che piano piano smetterete di vedere alcuni amici, speravano che capiste da soli che il cane era meglio non portarlo in casa, mentre gli altri hanno smesso subito di invitarvi già dopo la prima volta che avete portato lui.

6- Sapete che se prenderete una femmina dovrete farla sterilizzare, oppure farle fare ogni mese o due una iniezione di ormoni, altrimenti avrete la coda di cani maschi infoiati davanti alla porta e alla minima distrazione sarà il patatrack?

7- Sapete che i cani maschi non castrati riescono a stare per vari giorni seduti in casa a guardare verso una finestra oscurata da una tenda con i sensi tesi a una finestra al di là della strada dove vive una femmina in calore? Oppure spariscono saltando al di là del recinto del parco riservato, come Pluto inseguendo a volo l’olezzo della femmina in estro più vicina e tornano presenti a se stessi solo dopo un giorno o due?

8- Sapete che per la maggior parte dei cani le feci umane sono molto appetibili? Sapete che spesso dopo averle assaggiate corrono da voi a chiedere coccole, specie se sanno che non dovrebbero mangiare fuori casa?

9- Sapete quante vaccinazioni, quanti farmaci deve assumere e quanti controlli deve fare il vostro cane ogni anno? Date un’occhiata qui .Da sei a dodici sono le vaccinazioni, poi i farmaci antipulci, antizecche e la profilassi per la filaria, sei-otto trattamenti l’anno, insomma se avete una vita senza scadenze e ne sentite il bisogno un cane è ciò che fa per voi, siccome per il gatto molte cose sono simili, ma diverse, se volete riuscire veramente a riempirvi la vita prendete l’uno e l’altro come ho fatto io, ho superato il trauma di una separazione senza neppure accorgermene tanto ero preso dai miei animali.

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Erminia e le tentazioni della carne (Racconto in cinque capitoli)

Capitolo I
Il secondo matrimonio

La festa non era appena cominciata, durava da tre giorni, ma, in fine, quella sarebbe stata l’ultima sera, non ce la faceva più. Oramai si vedeva che, tranne gli ultimi arrivati, erano tutti stanchi.
Così ebbe un momento di pausa e poté guardarsi in giro senza continuare ad annuire e rispondere, farfugliando, nel suo improbabile francese, a domande e apprezzamenti che non capiva.
La mensa faceva quasi il giro del cortile, si interrompeva solo accanto alla piccola fontana che irrigava l’orto della menta, quattro metri quadrati proprio davanti all’ingresso della casa, come un baluardo profumato agli odori della città. La fontana buttava poco, ma l’avevano disposta in modo che l’acqua facesse un rumore di ruscello, nelle cadute tra le due vaschette alte per le abluzioni del viso di uomini e donne e prima di raccogliersi nella vaschetta bassa, per i piedi, per poi disperdersi tra le alte piante di menta.
La casa era una tipica casa da clima caldo, chiusa all’esterno, come un convento, si apriva verso la sua corte interna su due piani, con un porticato per piano, su tutti e quattro i lati, ma era sovrastata da un terrazzo solo sul corpo principale, quello di fronte all’ingresso, dove abitavano i genitori di Wadi, qui da tre giorni, con le anche doloranti, Erminia era seduta a presenziare a questa sua festa di matrimonio.
Quando aveva acconsentito a fare due matrimoni, con due feste, una dai suoi a Zocca, sull’Appennino modenese e una ad Agadir, sulla costa atlantica del Marocco, dai genitori di Wadi, aveva immaginato che sarebbe stato faticoso, ma tre giorni accosciata la stavano mettendo a dura prova.
Stanotte sarebbe finita, l’indomani sarebbero partiti tutti gli invitati, probabilmente i saluti si sarebbero effettuati in piedi, avrebbe voluto chiederlo a Wadi, ma un dubbio, un piccolo dubbio di avere torto, le consigliava di restare nell’incertezza, alimentando così la speranza.
Wadi bello e dolce come il sole d’estate tra i rami di un fico, si volgeva a tutti con attenzione, sorridendo con il cuore a parenti che quasi non conosceva, aprendo la chiostra dei suoi denti, perfetti e splendenti alla luce delle lampade a gas, distribuite lungo la mensa apparecchiata sul lastricato del cortile coperto di tappeti.
Con Wadi non aveva potuto che scambiare poche parole da quando erano arrivati, la macchina della festa era già partita e gli sposi era d’uso che non si ritirassero da soli neppure per dormire, in quei tre giorni.
Averlo così vicino, eppure così lontano da una vera intimità era un supplizio.
Chissà? A casa, in Italia, non passava giorno che non facessero l’amore almeno ogni sera, appena si vedevano, poi spesso più tardi, qui da tre giorni non era stato possibile, si immaginò che avesse i testicoli gonfi e si accorse che solo pensandoci si era bagnata. Quale alchimia di sensi si scatenava tra loro? Chissà che potenza di energia orgonica si sarebbe potuto ricavare dai loro amplessi, si ritrovò a sorridere tra sé e accorgendosene cominciò a ridere, si ricordò che Wadi gli aveva raccomandato un contegno riservato, ma cominciò a tremargli la pancia per lo sforzo di soffocare il riso. Wadi colse il suo sguardo d’aiuto e le andò vicino aiutandola ad alzarsi, poi l’accompagnò in un bagno del piano superiore ed entrò con lei.
Finalmente soli, furono a lungo sciolti nelle braccia l’uno dell’altra, sordi e muti.
Un bussare leggero e una voce di bambino li riportarono al qui e ora, solo allora si baciarono.
– Coraggio amore è quasi finita, domani saremo in albergo sull’Atlante, al fresco delle cime, da soli.
Uscirono e fecero due passi intorno alla casa, Erminia sentiva le anche dolenti e credeva che i legamenti ormai fossero compromessi, sentiva di ancheggiare più del solito, le sembrava di essere più alta, possibile che tre giorni seduta facessero questo effetto?
– Amore mio, non hai visto che di fianco a mio padre c’erano due amici suoi che si sono passati un narghilè per tutta la serata? Non era fumo di tabacco quello che tirava dalla tua parte nella brezza della sera. – Ridendo dolcemente la rassicurò Wadi, – Non è successo niente stai tranquilla, le tue percezioni sono solo un poco diverse dal solito, ma ci sono io con te.
Come era facile sentirsi a posto, al suo fianco, dovunque.

Capitolo II
Il viaggio di nozze

Le passeggiate, in quella specie di Svizzera africana, le facevano sentire il suo corpo sereno e potente.
Dopo l’arsura delle pianure, dopo le colline seccate dall’estate e i loro colori prosciugati dal vento, ecco il verde dei pascoli e dei boschi d’alta quota, l’aria tersa del mattino permetteva di spaziare fino a orizzonti impensabili.
Cosa poteva immaginare di meglio? Provò a chiederselo nei pochi momenti in cui era sola e non ebbe nessuna risposta. Così ebbe paura, paura che tutto finisse, che non si trattasse che di un sogno, ma appena Wadi tornava con il suo respiro breve e affrettato, dall’hammam dell’albergo, avendo fatto le scale di corsa, si sentiva di essere l’aria che lo nutriva, e si lasciava andare, tra le sue braccia forti, come alla corrente di un fiume.
Conversare tra loro era come doppiare un film appassionante, le sembrava di essere diventata più intelligente, più spiritosa, i loro dialoghi erano pregni di significati profondi, eppure con la leggerezza del disincanto incarnato nella saggezza di un amore senza tempo.
Aveva imparato a conoscersi più a fondo di quanto non le fosse mai successo, aveva tanto cercato con Fabio il suo punto G, eppure era lì, dove probabilmente era sempre stato, in attesa della sua mano gentile.
Aveva imparato a titillargli la prostata, per farlo arrivare all’orgasmo quando oramai sembrava non ci fosse più niente da fare, dopo tutta una notte d’amore.
Aveva rasentato il delirio quando lui le si era negato, dopo ore di preliminari, perché era mestruata, l’aveva implorato di prenderle il culo e aveva voluto prenderlo più a fondo che mai, si sarebbe aperta come un’ostrica per lui e aveva avuto un orgasmo anche così. Sconvolgente.
Le due settimane furono tanto infinitamente piene di fuggevoli attimi preziosi da volare, apprezzarono la lunga attesa della cena, quando, inaspettata, era giunta una parte del seguito di un ministro e aveva reclamato la priorità nel servizio, e la fugacità della picchiata di un falco su un piccolo qualcosa in una radura.

Capitolo III
La vita in comune

Le piccole contrarietà del quotidiano si stemperavano nelle reciproche attenzioni, e niente sembrava turbare la loro armonia, si faceva strada in entrambi l’idea che avrebbero potuto avere un figlio.
Erminia aveva già cominciato a prendere l’acido folico, per prevenire la spina bifida, in un eventuale feto che volesse annidarsi nel suo utero sereno.
Ma, una domenica mattina, andarono a un “brunch” con i colleghi di lavoro di Wadi, e lì cadde un seme di scontento.
Davanti alle uova fritte con pancetta, Erminia ebbe uno scompenso, si sentì mancare per un istante, mentre Wadi proseguiva con il suo vassoio fino alle costine d’agnello, lei ebbe la sensazione che il suo stomaco si ribellasse, che volesse trattenerla, chiuse gli occhi un momento e aspirò il profumo della pancetta affumicata.
Non disse nulla e si limitò a un cappuccino liscio, ma fece fatica a fare accettare allo stomaco quel sostituto.
La compagnia era brillante e altre volte lei aveva goduto di quel clima scanzonato che i colleghi di Wadi, ingegneri e geologi di una società di prospezioni petrolifere, instauravano così facilmente, quel giorno restò un poco in disparte.
Tornando a casa lui le chiese se non stesse bene. – Hai qualche novità per me amore? – Le chiese, visto che non aveva mangiato niente. Lei, stranita, non capì, solo alla sua occhiata eloquente al suo ventre interpretò la domanda come lui si aspettava e laconica:- No niente, lo saprei, solo un po’ di imbarazzo, avrò qualche linea di febbre.
Quella sera fu la prima volta da quando vivevano insieme che non fecero l’amore, lei si nascose dietro il suo malessere e la sera, dopo una cena leggera, andò a dormire presto.
Alle tre del mattino si svegliò da un sogno con l’urgenza di fare pipì, mentre, seduta, aspettava l’ultima goccia, le tornò in mente il sogno, era alla gita scolastica di quinta superiore, nella Foresta Nera e la colazione era un tripudio di salumi, ricordava perfettamente quella tavola, il pane di segale caldo con le fettine di prosciutto alla brace, i meraner wurst, il prosciutto affumicato… Si accorse che stava di nuovo sognando, seduta sul water, solo perché la saliva le era caduta sulle ginocchia.

Capitolo IV
L’illuminazione

Qualche giorno dopo, Wadi tornò da una “convention” a Sondrio con un “violino” di capra, era tutto contento e senza aspettare neppure di cambiarsi cominciò ad affettarlo.
Fu l’inizio della fine, forse la somiglianza del violino di capra, ispido di pelo scuro, con il prosciutto di cinghiale, le fece scattare qualcosa, qualcosa di ancestrale, forse aveva ragione quel poeta del Dio Maiale, i sogni di quella notte furono tutte le portate di un cenone di Capodanno, completamente a base di maiale!
Il mattino si alzò prima di Wadi e corse a farsi una doccia, aveva l’impressione che lui potesse sentire l’odore di carne impura di cui per buona parte della notte si era nutrita, ma questa fu una riflessione che ebbe dopo, mentre l’acqua le scorreva addosso, sul momento, appena alzata, aveva solo avuto una sensazione di sporcizia sulla pelle.
Si strofinò a lungo tutto il corpo con la spugna vegetale, la schiena con la striscia di canapa a due mani e, sbattendo i gomiti contro le pareti della doccia, rimpianse la spazzola di setola che usava prima di conoscere Wadi e, di nuovo, si sentì in colpa, le sembrava di tradirlo.
Quando a tavola per la colazione, però, vide il caffelatte e le fette biscottate con burro e marmellata, ebbe un moto di stizza, le tornò in mente il “brunch” e quelle uova fritte, bianche, ma appena rapprese, nel cui tuorlo gli altri immergevano i crostini e la pancetta croccante che piegavano con cura, con forchetta e coltello, prima di portarla alla bocca con gusto evidente. Anche lei aveva partecipato a quel piacere anche solo guardando.
La colazione fu pesante, lei rispondeva a monosillabi e Wadi, stupito, chiedeva cosa non andasse, se aveva dormito, se aveva mal di testa…
Finalmente lui uscì e lei telefonò in ufficio che avrebbe tardato, perché la lavatrice le aveva allagato la casa.
Per distendere un poco la tensione fece un giro di ripasso alla casa, sprimacciò il divano e disfò il letto, cercando in quei gesti di ritrovare il senso della quotidianità, dell’appartenenza alla sua realtà.
Aveva sempre pensato di essere una persona razionale, passionale, ma razionale. Eppure questa storia del Maiale le stava sfuggendo di mano, possibile che al solo nominarlo avesse l’acquolina in bocca?
Insomma bisognava esorcizzarlo si disse, si sarebbe comperata un cacciatore di cavallo e se lo sarebbe mangiato interamente da sola, adesso.
Si vestì in fretta come non mai, il trucco non fu che un’ombra sugli occhi, sfumata con le dita in ascensore.
Alle otto e trenta era davanti alla saracinesca che saliva, alle otto e quarantacinque era a casa ad affettare il salame, con il francesino spalancato, pronto ad accogliere le piccole fette, si accorse che le tremavano le mani e si sedette. Un bicchiere d’acqua? No meglio un chinotto. Ne bevve un intero bicchiere a piccoli sorsi, ma lo sguardo continuava a fuggire al salame sul tagliere, finalmente riuscì a calmare la sua ansia e lo tagliò a fette spesse, aveva piccoli lardelli bianchi sparsi che facevano un forte contrasto con la carne scura.
Aveva scelto il cacciatore di cavallo perché così le sembrava di tradire meno Wadi, cercò di dimenticare che sapeva benissimo che i lardelli bianchi erano di maiale, e invece erano proprio loro, sciogliendosi sulla lingua a darle più piacere. Sì, era un buon salame, ma si sentiva che era di cavallo, la carne un poco dolce, era più secca intorno alla fetta e quasi fresca nel mezzo, era una cosa diversa da quello che aveva sognato. Aveva sbagliato! Per esorcizzare il Dio Maiale avrebbe dovuto prendere un salame di Puro Suino o coppa o prosciutto o culatello.
In pochi minuti era di nuovo in strada, entrò nel supermercato e al bancone della salumeria prese un etto di tutti i salumi di maiale su cui le caddero gli occhi.
Tornò a casa, però, in preda a una agitazione confusa, pensava a Wadi, pensava ai loro progetti di avere in figlio, pensava alle sue sensazioni di quei giorni, pensava ad Allah, per lo meno a come glielo aveva rappresentato Wadi, che, pur non essendo praticante, obbediva ai precetti di astensione dall’alcool e dal maiale, pensava al Dio dei suoi genitori, quello cristiano, cattolico, apostolico, romano e al digiuno quaresimale, ah ecco perché non c’era coda in salumeria, erano tutti alla pescheria, era venerdì di Pasqua!
La cosa la rasserenò, il suo non era uno sgarbo ad Allah, ma, democraticamente, anche al Dio cristiano, Wadi non aveva da prendersela, da quel momento il suo Dio sarebbe stato il Maiale, la prendessero un po’ in saccoccia tutti gli altri. La pervase una sensazione di pace che la accompagnò fino in casa, aprì con calma ogni involto e da ciascuno prese una fettina, ogni fettina con un pezzetto di pane mangiò con gusto, percepì il sacrificio del Maiale e quello del Grano, quello del Lievito e quello del Sale, sentì che tutti loro vivevano in lei.
Andò in ufficio con una serenità, nello sguardo e nel cuore, che le sembrava di non avere mai avuto, aveva riposto con cura i salumi nel frigo e si era fermata al bar a farsi un calice di rosso, alle dieci del mattino il barista l’aveva guardata stupito e aveva aperto una bottiglia di Raboso, lei ne aveva apprezzato il carattere robusto e sanguigno, aspro e dolce e si era avviata al metrò sorridente e leggera.

Capitolo V
I riflessi cangianti della seta

Quella sera tornando dall’ufficio Erminia si era fermata in una enoteca a aveva preso una bottiglia di refosco dal peduncolo rosso, raboso non ne aveva trovato, non aveva ascoltato molto della disquisizione dell’addetto, aveva colto però che quello era il vino che più gli somigliava.
Aprendo la porta, con solo due mandate, aveva capito che Wadi era già rientrato e le era andata incontro allegra. Lui era davanti al frigorifero con in mano un cartoccio di coppa aperto e l’aria schifata. Lei entrando aveva posato la bottiglia sul mobiletto e sorridendo gli aveva preso il cartoccio dicendogli:- Non è per te amore, l’ho preso per me.
In quel momento lui vide la bottiglia di vino e il suo sguardo si fece cupo. La guardò con disprezzo e andò in sala.
Erminia aveva dalla sua la consapevolezza di essere nel giusto, prese una fettina di coppa con due dita e se la calò in bocca dall’alto, aprì la bottiglia di vino e se ne versò un bicchiere. Poi si preparò un panino con il prosciutto di Praga e un velo di senape, e si mise a mangiare con gusto.
Wadi doveva essere perplesso, pensò Erminia, lei, appena aveva colto la sua contrarietà alla vista di maiale e alcolici, li aveva banditi dalla casa e dalla vita, ma ora era tempo di cambiare se voleva, e, se non voleva, bene! Non era certo il caso di farci un figlio! Bisognava affrontare la cosa, subito.
Entrò in sala con un vassoietto con il panino e il bicchiere, sorridendo, e gli disse che nessuno lo avrebbe obbligato a mangiare maiale e a bere vino, ma che nessuno avrebbe impedito a lei di farlo e se avessero avuto un figlio avrebbe mangiato ciò che avesse voluto, senza divieti ideologici o religiosi.
Wadi era sorpreso da questa sua presa di posizione, lei non aveva mai manifestato disagio di sorta per quelle rinunce, tanto che lui aveva pensato fosse qualcosa di naturale; nonostante le prove contrarie, nei ristoranti e a casa d’altri, si era trovato a pensare che, forse, non tutti gli italiani bevevano alcolici e mangiavano maiale, non si era fermato a riflettere più che tanto sulla cosa, aveva accettato la cosa come naturale.
Erminia lo guardava, serena, vedeva nei suoi occhi uno smarrimento che le fece male, ma diede un morso al panino con convinzione, lo vide rabbrividire, poi con un sorso di vino deglutì il bolo gustoso, sentì il tannino leggero sul palato e prese un altro sorso, per sgombrare la bocca e gustare più pienamente, vide in quel momento che lui le leggeva negli occhi il piacere ed era geloso.
Si avvicinò a lui e le prese la mano, se la portò alle labbra e la baciò, se la fece scorrere sul viso e con essa si carezzò, sentì la sua rigidezza e gli si accostò, lui rimase inerte, confuso; lei rimase al suo fianco per un tempo infinito, credeva di sentire i sentimenti di Wadi combattere tra loro, le sue abitudini scontrarsi con la sua logica disincantata e prese l’iniziativa, lo baciò, con le labbra che ancora sapevano di vino. Lui fermò il respiro in un rifiuto, poi si lasciò andare e respirò quei profumi di frutti di bosco, stupito socchiuse le labbra e assaporò quel che di aspro e di tannino era ancora sulle labbra di lei e la baciò.
Non fu facile per loro rispettare e capire quel che fino allora avevano ignorato, seppellito, ma, come la trama e l’ordito della seta, diversi e contrastanti, danno riflessi cangianti e preziosi, così loro, accettandosi per intero, divennero più della somma delle loro parti, più di quel che, pur bello, erano stati.

Milano10 Aprile 2009

Dalla ritirata di Russia

Ho amato il mio cavallo,

con lui ho diviso l’acqua,

con lui il pane e le rape,

abbiamo diviso la coperta

e poi la poca paglia,

gorgogliavano i nostri stomaci,

vuoti, troppo a lungo vuoti,

poi venne la neve,

poi venne il vento,

raschiavo la corteccia dei gelsi,

per succhiarne le fibre, entrambi,

acquose, dolciastre per un poco,

poi si fece l’inverno vero,

ci dividemmo un ratto,

abbrustolito un poco

ad un fuoco di canne.

Avrei voluto liberarlo,

ma lui testardo mi veniva dietro,

mi sostenne a volte,

con la sua grande testa pesante,

io avrei voluto dimenticare,

il paese, la moglie, il padre,

dimenticare le dita gelate,

lasciarmi andare, seduto,

sarei stato in poco un covone,

dimenticato, coperto di neve,

sarei tornato alla terra,

mangiato dalle formiche

in essa mi sarei sperso…

Ma dovevo dargli la strada.

Ora il treno mi aspetta,

ma lui non potrà salire,

il treno mi porterà a Odessa

e poi da lì il vapore…

Intanto lo hanno impastoiato,

mentre io salgo la scaletta,

lo vedo camminare incerto,

si volta un momento,

non alza la testa,

mi sento morire,

si volge lento, lo vedo,

confuso, muovere mezzi passi,

in tondo, io salgo,

senza più sentire niente,

mi chiedono qualcosa,

ma non sento,

sono sprofondato,

sprofondato dentro.

Sapori

Le gocce che l’orchidea trattiene

sanno di limpido miele,

il sapore del tuo sesso bagnato

è di baccalà mantecato.

Trieste marzo 1995

IL TUO LOTO

Come la polpa sugosa del caco…

Che fa, mi resiste?

No è la parte più soda,

ci mette un momento.

Poi, con un fiotto di liquido miele,

si schiude e mi mostra,

duro, il suo piccolo seme

che, forte, trattiene il piacere,

più forte, più a lungo,

più dolce, più piano.

E all’improvviso scompare,

lasciando un profumo scontroso,

l’odore pungente del mare,

del pepe, del sale.

Trieste 15 – 10 – 96

Le nostre reti

Gettate

nel mare della nostra passione,

squassate

dalle onde violente del desiderio,

s’acquietano

alle maree dei nostri orgasmi quieti,

cullano

i nostri corpi madidi nell’incoscienza,

sostengono

il nostro ritorno nel dominio dei gravi.

Milano 19 Agosto 2008

Non ti depilare amore

Sono punti esclamativi,

intorno ai capezzoli bruni,

questi lunghi peli, scuri,

più corti poi fanno sentiero,

giù perimetrando il cratere,

da lì alla tua forra scende,

la tua peluria sensuale,

laggiù poi si rapprende,

il boccolo tuo carnale

e, poco a poco, scende,

evita il polite banale,

poi di carriera riprende

la sua discesa vitale,

finché, alle falangi giungente,

si ribella e, come crine, sale.

Come il sale del tuo sudore,

alle mie labbra affamate,

pare antipasto di mare,

così il tuo pelo animale

mi schiude alla fame d’amore.

Milano 3 Dicembre 2008