La gara

S’era diffusa un tempo, nel mare,

la foga erotica di confrontare

quello strumento, di cui dotato,

pareva fosse ogni maschio creato.

Ma questa gara, proprio nel mare,

non si doveva davvero fare,

con le balene non c’è confronto,

così l’escluser da quello scontro,

e tra i mammiferi il più dotato

fu il marsuino certificato.

Proprio d’allora spesso, potente,

salta il delfino, incontinente,

anche ai gabbiani vuole mostrare,

la sua potenza, fuori del mare,

ché sotto l’acqua tutti ha stufato

sempre esibendo il suo primato.

Un giorno un’aringa disse a un delfino:

-Se tu ce l’hai lungo io ce l’ho fino,

con tutto quel che popola il mare

io, senza dubbio, posso scopare.-

Passava un’orca, sazia e beata,

che le rispose, un po’ seccata:

-Senza l’amore, sai non è niente,

piccolo pesce, impertinente!-

In quel momento una medusa,

che a tal linguaggio non era adusa,

ebbe un fremito d’irritazione,

e in una sola palpitazione,

i suoi gameti versò nel mare,

senza neppure starci a pensare.

Stava emettendo come un bagliore

la Noctiluca in quelle ore

e in quel momento pesci e delfini,

si reser conto come cretini,

d’esser coperti di medusini.

Sapori

Le gocce che l’orchidea trattiene

sanno di limpido miele,

il sapore del tuo sesso bagnato

è di baccalà mantecato.

Trieste marzo 1995

IL TUO LOTO

Come la polpa sugosa del caco…

Che fa, mi resiste?

No è la parte più soda,

ci mette un momento.

Poi, con un fiotto di liquido miele,

si schiude e mi mostra,

duro, il suo piccolo seme

che, forte, trattiene il piacere,

più forte, più a lungo,

più dolce, più piano.

E all’improvviso scompare,

lasciando un profumo scontroso,

l’odore pungente del mare,

del pepe, del sale.

Trieste 15 – 10 – 96

Le nostre reti

Gettate

nel mare della nostra passione,

squassate

dalle onde violente del desiderio,

s’acquietano

alle maree dei nostri orgasmi quieti,

cullano

i nostri corpi madidi nell’incoscienza,

sostengono

il nostro ritorno nel dominio dei gravi.

Milano 19 Agosto 2008

Non ti depilare amore

Sono punti esclamativi,

intorno ai capezzoli bruni,

questi lunghi peli, scuri,

più corti poi fanno sentiero,

giù perimetrando il cratere,

da lì alla tua forra scende,

la tua peluria sensuale,

laggiù poi si rapprende,

il boccolo tuo carnale

e, poco a poco, scende,

evita il polite banale,

poi di carriera riprende

la sua discesa vitale,

finché, alle falangi giungente,

si ribella e, come crine, sale.

Come il sale del tuo sudore,

alle mie labbra affamate,

pare antipasto di mare,

così il tuo pelo animale

mi schiude alla fame d’amore.

Milano 3 Dicembre 2008

Pampax.

Vorrei essere piattola della tua pampa.

Avvinto alla radice del pelo.

Avvolto dagli umori,

stordito dagli odori,

sordo a tutti i rumori,

fuorché allo strofinio

del raso del sottogonna

sulle tue natiche forti.

Milano 8 Gennaio 2009

Menù d’amore

Menù d’amore

di

Bernardo d’Aleppo

Tutti i diritti sono riservati

Copyright Bernardo d’Aleppo

Milano Marzo 2008


Antipasto: La serenità di Pantelleria

Sopra un terrazzo,

dei mille che a Martingana fanno scala al Libeccio,

sta una vigna antica, pure di piccole viti,

quando i chicchi sono capezzoli duri d’amore e vizzi,

ne cavo un mosto che cuocendo restringo,

indi semi pestati di senape bianca

e aceto di marsala ancora, poco, vi faccio sobbollire,

correggo di sale e spengo.

Quando tu mi dai pensieri anti del pasto,

sul crostino ti pongo: lardo salato e questa senape dolce,

tu non lo sai, ma penso a quei capezzoli di vite,

che ho avuto per le mani e ho stretti,

mentre quel miele acre mi sale le nari e il lardo si scioglie,

colgo l’agro, ma poi mi resta il dolce,

così, rasserenato, anche i tuoi umori quieto.


Primo: L’Inganno

Sbucciate le patate bollenti

Le passo e aspetto

Il tempo che dallo sfiorarti

Si passi al bacio e oltre,

Che da una carezza sul collo

Si scenda al fianco,

Si salga alla nuca,

Ci si perda tra i capelli,

Quando gli umori scesi

Si sono ormai rappresi,

E’ tempo di cominciare ancora,

Poi quando la tenerezza

Di nuovo nell’oblio sconfina

E il primo stordimento

Già svapora, ci giungo la farina

E ben la impasto,

Che tenera si fa con la purea

Questa massa tenerosa

Quanto mi aggrada,

Come il tuo sen mi cede

Quando ti prendo a pecora

E ti piloto attento tra i dirupi,

Qui franare può l’orgasmo mio,

Là forse potrebbe il tuo,

Così quando lo gnocco

Cede alla lingua sul palato,

Ripenso al nostro sesso

E se burro e tartufo

L’hanno accompagnato

Basta chiudere gli occhi

E quasi il membro cade nell’inganno.


Secondo: Il brasato

Stretto al petto l’involto, sobbalzavo,

nell’autobus, passando i dissuasori,

altri intorno a me stanchi tornavano,

Alle pantofole! imploravano gli sguardi.

Io ripassavo gli ingredienti e se li avevo,

ma il fuso elastico e sodo mi pesava,

lo poggiai al fianco e mi confusi,

la tua natica salda mi parve di toccare

e lo riposi al petto, dunque, ripresi:

per questo brasato, rivisitato alla pugliese,

ecco il guanciale, di castrato da lavoro,

le spezie c’eran tutte, anche gli aromi,

il Primitivo in luogo del Barolo…

ma, ecco il cavallo veniva dalla Puglia,

ma dall’enorme testa sembrava …

sì uno di quei giganti del Brabante,

forse meglio sarebbe una birra delle parti sue

una di quelle di lieviti selvatici o dolce…

Intanto mi era sceso l’involto al fianco

e di nuovo ero turbato da quel sentire

la tua natica soda e tenera e gommosa…

Basta! Or mi concentro e sento gli aromi

di questo brasato “in fieri”, no non ancora:

solo in programma. Eppur ecco li sento:

il garofano e la buccia dell’arancio amaro,

il ginepro e la salvia del Gargano

un pizzico di zenzero e del sedano,

carote, cipolle, scalogno e lampascione

poco prezzemolo e l’erba cipollina,

aglio ursino, una grattata d’iris (il rizoma).

No questo non c’entra, è l tuo profumo

che sempre ho nella testa e mi confonde,

ma seppure dovesse andare male,

se questo brasato dovesse mai bruciare

sarà con te una festa cenare a pane e olive

olive e pane.


Contorno: L’arcobaleno

Voglio mettere allegria su questa tavola,

vederti le rughe del sorriso

scavarsi intorno agli occhi,

così ti faccio un’insalata

di gambi di sedano e finocchi,

di carote e di sedano rapa,

di gambi di prezzemolo e lamponi,

di pomodorini secchi, pochi,

di rapanelli e di limoni dolci,

di fiori di borragine e acetosa.

Dopo lo so sarai ritrosa,

terrai la bocca chiusa, tesa,

avrai paura di mostrare cosa?

Il sorriso guarnito di colori?

Ma: Quitame el pan si quieres

quitame el aire, pero no me quites tu risa.

Tanto implorava Neruda, così fò io.


Formaggio: Crema da grissino

Voglio copiare il colore

dei tuoi capezzoli rosa,

ma, essi rosa non sono,

davvero allor mi cimento

acconcio un fondo, la biacca

sarà ricotta, non grassa,

quella, un po’ granulosa,

yoghurt, per stenderla bene,

paprica dolce e piccante,

diversi i toni di rosa,

un poco di zafferano,

cumino in polvere, ora,

poi lavoro, a cucchiaio,

ecco il color mi sovviene,

l’assaggio, manca di sale

confronto l’originale,

aggiungo e aggiusto di poco,

mi pongo ancora al confronto

non son soddisfatto, cos’è?

E’ un’ombra, un afrore

sottile, che dalle ascelle

travalica il deodorante,

non mi azzardo, a dir che sia.

Ne taglio appena un filetto

colo di linfa una stilla.

Ecco l’inganno è completo.

Torneremo bimbi al seno.

Milano 3 e 4 marzo 2008