Arrestato Ratko Mladic. Era ora!

Qui (corriere) o qui (repubblica) alcune info per i giovani o gli smemorati.

Io in quegli anni vivevo a Trieste e sentii, forte, il desiderio di fare qualcosa per fermare quella carneficina, più d’una volta mi sorpresi a chiedermi se i miei sentimenti fossero simili a quelli che portarono tanti, uomini e donne di tutto il mondo, a partecipare alla difesa della Repubblica Spagnola contro l’aggressione franco-nazi-fascista, certo la connotazione democratica dello stato aggredito era evidente, nel caso iberico, in questo, balcanico, no, ma emergono sempre più somiglianze a confortare le mie sensazioni di allora.

Fosse comuni si scoprono oggi, sparse un po’ in tutta la Spagna e in quel che era la Jugoslavia alcune, molte, sono state scoperte altre aspettano purtroppo di esserlo.

Qui una breve cronistoria delle guerre jugoslave degli anni ’90. Il Centro di ricerca e documentazione di Sarajevo ha diffuso le cifre documentate (ma non definitive) sui morti della guerra in Bosnia-Erzegovina: 93.837 accertati (fino al dicembre 2005), di cui 63.687 Bosniaci (67,87%), 24.216 Serbi (25,8%), 5.057 Croati (5,39%) e 877 dichiaratisi Jugoslavi al censimento del 1991 o stranieri (0,93%). (da Wikipedia)

Innumerevoli furono i casi di uccisioni di massa di civili inermi di cui si resero responsabili tutte le parti in conflitto, chi più, chi meno.

Fu durante la guerra di Bosnia che avvenne il massacro di Srebrenica le truppe olandesi dell’ONU, non assistite da intervento aereo, cosa di cui nessuno si assunse la responsabilità, capitolarono e collaborarono a separare gli uomini adulti dalle donne e dai bambini, gli uomini vennero poi uccisi e i loro cadaveri vennero poi occultati.

Qui una sintesi della Guerra del Kosovo e dell’intervento dell’Onu

Ancora oggi ci sono tanti che condannano l’intervento della NATO in Kossovo o l’attuale intervento in Libia, ma certo il buon senso comune ci ricorda che a volte “se pegio el tacon del buso”, ma il buon senso comune dice anche “chi non fa non sbaglia” il che indurrebbe a non fare mai nulla, certo io sono pacifista, penso cioè che non si debba ricorrere alle armi per risolvere conflitti d’interesse (economico o politico) o territoriali o ideologici, ma credo che non si possa assistere senza fare nulla a genocidi e violenze di massa.

Naturalmente qualcuno mi dirà che qualunque guerra è ingiusta, che provoca solo lutti e sofferenze, ma a volte (secondo qualcuno il caso del Kosovo fu tra questi) una reazione dura riesce in poco tempo (i bombardamenti della NATO durarono circa due mesi) a fermare un genocidio, naturalmente questi casi non possono essere mai documentati o dimostrati quindi si tratta di casi che non hanno nessuna influenza sull’opinione pubblica e sullo sviluppo della critica storica visto che la storia non si fa con i “se”, ma forse non si fa neppure stando alla finestra ad aspettare.

Un bacio e un saluto, per concludere, a tutti coloro che hanno cercato di difendere la Repubblica Spagnola dal 1936 al 1939 e a quanti con o senza le armi hanno cercato di opporsi alla violenza contro i più deboli o i diversi in tutti i tempi e in tutti i continenti.

P.S.: I militari olandesi sono stati decorati con cinquecento medaglie, la motivazione fornita dal portavoce olandese precisa che questa non costituisce una medaglia al valore, bensì una forma di ricompensa per le accuse – ritenute ingiuste – a cui i soldati olandesi vennero sottoposti.

N.B.: La popolazione bosniaca prima di essere posta sotto la protezione dell’ONU venne disarmata.

Lettera aperta al Presidente del Venezuela Hugo Rafael Chávez Frías

Signor Presidente, mi permetto di rivolgerle un appello, in grazia delle speranze che molta parte delle sue attività per il miglioramento delle condizioni di vita della parte più povera del suo popolo hanno suscitato in me. 

Le chiedo di non sporcare la sua immagine pubblica, dando asilo a chi ha fatto massacrare il suo stesso popolo da mercenari, da chi ha fatto bombardare le sue stesse città per mantenere nelle sue mani il potere.

Le chiedo di non permettere che una persona macchiatasi dei delitti di cui oggi abbiamo prova evidente, possa trascorrere nel lusso, anni o decenni, mentre migliaia di madri, padri, fratelli e sorelle, e di orfani, piangono i loro cari trucidati nelle strade, mentre chiedevano che le ricchezze del loro paese venissero utilizzate, per dare sollievo alla loro vita, in ospedali e assistenza ai più deboli.

Signor Presidente, non si lasci convincere da machiavellismi politici o da ragioni di convenienza, rifiuti il sacro suolo del suo Paese a chi ha insanguinato il suolo del proprio col sangue dei suoi fratelli.

Termino con i miei auguri che lei possa di portare a termine il rinnovamento del suo paese, nell’interesse del suo popolo tutto.

Bernardo d’Aleppo

Dalla ritirata di Russia

Ho amato il mio cavallo,

con lui ho diviso l’acqua,

con lui il pane e le rape,

abbiamo diviso la coperta

e poi la poca paglia,

gorgogliavano i nostri stomaci,

vuoti, troppo a lungo vuoti,

poi venne la neve,

poi venne il vento,

raschiavo la corteccia dei gelsi,

per succhiarne le fibre, entrambi,

acquose, dolciastre per un poco,

poi si fece l’inverno vero,

ci dividemmo un ratto,

abbrustolito un poco

ad un fuoco di canne.

Avrei voluto liberarlo,

ma lui testardo mi veniva dietro,

mi sostenne a volte,

con la sua grande testa pesante,

io avrei voluto dimenticare,

il paese, la moglie, il padre,

dimenticare le dita gelate,

lasciarmi andare, seduto,

sarei stato in poco un covone,

dimenticato, coperto di neve,

sarei tornato alla terra,

mangiato dalle formiche

in essa mi sarei sperso…

Ma dovevo dargli la strada.

Ora il treno mi aspetta,

ma lui non potrà salire,

il treno mi porterà a Odessa

e poi da lì il vapore…

Intanto lo hanno impastoiato,

mentre io salgo la scaletta,

lo vedo camminare incerto,

si volta un momento,

non alza la testa,

mi sento morire,

si volge lento, lo vedo,

confuso, muovere mezzi passi,

in tondo, io salgo,

senza più sentire niente,

mi chiedono qualcosa,

ma non sento,

sono sprofondato,

sprofondato dentro.

La Costituzione italiana

Viva e vitale la vogliono uccidere.

Non ha che sessant’anni, poco più,

pure dicono non sia che eutanasia,

lei non soffre, noi neppure,

se non per quanto d’inespresso,

non concretizzato in leggi, ancora,

ella dichiara, rischiarandoci la via.

Vogliono ucciderla!

Ma si nascondono, per farlo,

dietro la tutela della vita,

come i banditi che sono,

si fanno strada dietro Eluana,

dietro la sua immagine ridente,

vengono avanti,

per uccidere Lei,

per derubare noi.

Cosa ci è rimasto, di una guerra

in cui ci sono morti padri e nonni,

in cui ci hanno ucciso e violentato

le nonne e le madri per dirci bastardi,

ci hanno distrutto e derubato

antiche città e opere d’arte?

Di una guerra in cui ci hanno condotto,

entusiasti e drogati di fandonie,

a invadere paesi amici e fratelli,

a sterminare uomini e donne,

a sventrare come animali nocivi

anche i bambini, lì nelle strade,

cosa ci è rimasto di tutto questo?

Era l’Etiopia del 1937.

Non contenti, poco dopo.

ne uccidemmo altri mille

e poi cinquecento,

giovani monaci copti, ragazzini.

Di questo nessuno prova vergogna,

perché nessuno sa in Italia,

perché a scuola, se va bene,

si studiano i lager tedeschi,

non i nostri, non i nostri!

Unica cosa utile e vitale,

che da quella tragedia,

non solo nazionale,

c’era rimasta in eredità,

la vogliono uccidere,

saranno così morti invano,

i nostri soldati e le loro vittime,

le nostre vittime e gli altri soldati.

Se noi possiamo guardare lontano

è solo perché siamo sulle spalle dei nostri avi,

solo se dei loro errori facciamo tesoro,

ma se gettiamo il frutto del loro sacrificio,

in un fosso, a guardare la terra, ci troveremo ancora,

come quelli che, morti, non ci poterono essere padri,

questo vuol dire non difendere la Costituzione.

Milano 9 Febbraio 2009

La stagione delle piogge

Infine un tetto,

tra le radici di un pandano.

Sono il più grande,

cinque anni,

mi diceva mia madre,

tanto tempo fa,

quando era con noi

Così sono il padre,

no, non davvero,

solo fino a quando non torna,

sono il maggiore,

gli altri sono bambini

e devono ubbidire,

siamo riusciti a mangiare,

quasi sempre qualcosa,

ora però piovono bombe,

e io non so che fare.

Seduti sui calcagni, nel fango,

mia sorella e mio fratello stanno,

giocano, come facevo anch’io,

con una formica soldato e un rametto,

bisogna passarselo da una mano all’altra,

senza che ti morda, senza fine,

così facciamo anche noi,

avanti e indietro, tra i due fronti,

ora ho paura, più di prima,

sono cresciuto e non voglio,

non voglio andare con le Tigri,

non voglio combattere per loro,

non voglio lasciare i miei fratelli,

non voglio che l’esercito mi uccida,

penseranno che sia una Tigre,

anche se non lo sono…

Intanto qui non c’è niente da mangiare,

avessi almeno ancora il mio coltello,

potrei scavare le grosse larve bianche,

quei bruchi grassi e dolci,

nel legno marcescente,

ma l’ho perduto ieri nella frana,

ci siamo salvati a stento,

ha fatto cadere, il temporale,

il muretto di terra e di letame,

al quale stava appoggiata la lamiera,

chissà che non sia stato Shiva, il distruttore.

Chissà se i bombardieri hanno sulle ali,

o sulla pancia, l’immagine del Budda,

che medita, ieratico, l’ascesi.

Ah, se avessi almeno il mio coltello!

Milano 15 Gennaio 200

Pioggia sui Balcani


In cielo qualche lampo,

poche gocce sui campi

ed il sangue versato

non sarà lavato

che da un inverno, che geli

la nostra gente d’incanto,

che non possa vedere,

che non possa sentire,

cent’anni a pensare

senza poter parlare,

come nei campi i meli

senza poter fiorire,

coperti come sono

di sangue raggrumato.

Trieste marzo 1994