Sui colli della Val d’Aso 1955

Il paese non aveva che una sola strada che, a spirale, saliva dalla Porta alla spianata intorno alla Torre.

La Torre dell’orologio non è mai stata un campanile, fu costruita nel 1831, al centro dell’antica rocca, di cui altro non resta che le fondamenta delle mura, inglobate nelle case intorno alla spianata di sassi incuneati con cura.

Era, la spianata, come un’enorme aia leggermente convessa su cui si aprivano le porte delle case che dominavano il paese e, tra queste, la bottega del falegname e quella del fornaio erano alle estremità del lato esposto a sud.

C’era in quella disposizione un’antica saggezza, l’uno aveva il forno sempre acceso e il suo fumo salendo dalla cima del colle non avrebbe disturbato nessuno, l’altro, pur stando a distanza dal fuoco del fornaio, avrebbe disturbato meno, rumoreggiando nella sua bottega, lì sulla cima, ché, come si sa, anche il suono “a cono sal nell’àere”, inoltre erano, quelle di quel lato del piazzale, le uniche facciate ariose e soleggiate del paese, essendo le altre sulla stretta e ripida via che lì menava dalla Porta.

Altre botteghe aprivano le loro porte sulla via, nell’ombra, c’era il barbiere, in un locale a smalto color burro, e, quasi in fronte a lui, c’era la “privativa” dei tabacchi e dei bolli, di pochi giochi e dei quaderni, con al suo fianco l’osteria, il padrone era lo stesso e passava, da un ruolo all’altro, da una stretta apertura nel muro che le divideva, attraverso una cortina di catene d’alluminio, insieme all’odore del vino rovesciato e stantio che sempre intorno gli aleggiava.

Un poco più avanti, dove una strada usciva dall’abitato verso una chiesa e quindi al cimitero, c’era il macellaio e intorno l’odore di sangue che sempre ristagnava. Era, la chiesa, molto più nuova del resto del paese, aveva cinquanta o cento anni, mentre la struttura del paese, la più antica, quella delle case a strapiombo con le mura sulle pendici aspre del colle aveva fondamenta tra i mille e i cinquecento anni addietro.

La costa dell’ascolano ebbe gli ultimi suoi pirati a saccheggiarla nel 1815, ma, fino ad allora, dai Liburni, che contesero ai Romani l’Adriatico, ai Narentani, che combatterono i Veneziani per circa cinque secoli, ai Barbareschi e agli Uscocchi, non vi fu generazione, su queste coste, che non conobbe qualche razzia.

Così, dall’esterno, il paese sembrava una Torre di Babele: dalle rocce scabre salivano semi-pilastri di pietra e di mattoni che, disuguali, si univano in arditi archi, nelle rientranze, a fare da base a un piano superiore di muri-pilastri irregolari, tra cui, ogni tanto, qualcuna aveva come un terrazzino a cui scendeva dall’alto una scaletta e una colombaia o un alveare stavano a sfruttare lo stretto spazio tra la roccia e il vuoto, più sopra un altro piano correva, disuguale, di pilastri di pietra e di mattoni ancora, ad alti archi congiunti, e qui i pollai avevano più aggio, forse due metri, a loro stava sopra un piano quasi continuo, ma di diversa altezza, di archi e pilastri di mattoni, le volte più basse si aprivano su loggiati scuri e più profondi, a volte chiusi da un muro con una piccola finestra, erano, in fine, le cantine delle case, che gli crescevan sopra con altri quattro piani, o cinque, di finestre strette, sulla valle, ma con solo due, o tre, fuori di terra, sulla via.

Di là dalla strada, verso monte, un’altra fila di case aveva tre o quattro piani, quanto bastava perché l’ultimo piano vedesse l’orizzonte, sopra la cinta più esterna, ma non erano, queste, grandi case, ad onta dell’altezza, non avevano che una stanza per lato, a fianco della scala e, dietro, il monte.

Sopra di esse, fondendosi con i loro tetti saliva, come una cupola, la roccia liscia su cui ergeva le sue antiche mura la Rocca e dal suo centro la Torre, fino al mare, gettava sguardi inquieti.

In quel paese scabro, di pietre e di mattoni, pochi, di coppi non rossi ma grigi, o gialli di licheni, nella sua strada che dalla chiesa menava fino a casa, versai il mio sangue dalla gota imberbe. Giocando a marito e moglie, con la mia prima fidanzata “seria”, avevo trovato una lametta da rasoio vicino a un tombino e, specchiandomi nel secchio accanto alla fontana, beato mi radevo serio serio, finché si tinse del mio sangue il secchio, quattro anni mi sembrarono pochi per morire così, solo per gioco, corsi ricordo fino a casa, ma non era niente, la nonna mi sapeva coccolare, mi fece lo zabaione con il pane!

Era un paese che si sapeva divertire: lungo la strada, ripida, in discesa, una volta all’anno c’era la gara dei “carrozzi”, trappole con ruote di fortuna, che i ragazzi costruivano per la corsa e quasi sempre finivano distrutte.

Ma quel paese aveva per me un “bonus” sopra ogni cosa, il falegname era mio zio e in quella sua bottega ho conosciuto il legno e la sua vena, come la pialla l’accarezza, oppure lo scheggia, e che non dura il chiodo oltre un momento, che per un falegname la vite è un’offesa al legno, altro non serve che la colla e un buon incastro.

Conobbi, dalla sua cantina, scendendo ancora, l’ebbrezza di una vertigine impossibile, avendo una ringhiera malferma sopra il vuoto, conobbi l’Orsa Minore, conobbi che nulla esiste di assoluto.

Ebbi conoscenze tramandate di generazione in generazione di bambini, su come fare esplosivi con zucchero, zolfo, carbone e pillole per il mal di gola.

Resta per me, quel borgo, un luogo della conoscenza che sono orgoglioso d’avere tanto amato.

Milano 27 Aprile 2009