Dal Marginalismo poetico al Riparativismo economico

La prima parte del titolo dell’articolo si riferisce a una teorizzazione, delineata in forma poetica, ma operata anche in forme pittorico-scultoree, del Marginalismo come scelta etica ed economica, da parte di alcuni intellettuali fin dagli anni ’80 del XX secolo, la seconda parte verrà argomentata nell’articolo.

Dapprima le diverse crisi economiche, che hanno colpito l’occidente a ondate successive, intervallate da momenti di quiete relativa e addirittura di brevi espansioni settoriali, poi il tunnel della grande crisi da cui si continua a proclamare prossima l’uscita, ora questa messa all’angolo della supponenza scientifico-tecnologico-finanziaria, da parte del terremoto e del conseguente maremoto in Giappone, per chi vuole vedere all’orizzonte si profila un cambiamento che potrebbe essere definito davvero epocale, se ancora fosse possibile utilizzare questo aggettivo inflazionato: le priorità economico-produttive di una società che voglia mantenere una relativa stabilità stanno cambiando, dalla produzione legata al consumo breve e alla discarica veloce, ci si deve rivolgere ad una produzione di beni durevoli veramente tali, di beni riparabili, di beni aggiornabili.

Solamente una società che sappia aggiornare la sua scala di valori e con essa la economia produttiva a questi nuovi obiettivi, sarà in grado di mantenere quel grado di distribuzione della ricchezza e del lavoro, necessari e sufficenti a mantenere un grado di coesione sociale minimo, indispensabile per non precipitare in un gorgo di guerre e rivolte senza progettualità, incapaci di costruire alcunché.

Il nuovo modello economico-produttivo dovrà prevedere che, di ogni bene, venga prevista, già in sede progettuale, la riparabilità o la sostituabilità di ogni componente e che, tali componenti, siano facilmente separabili nei diversi materiali da riciclare, il costo relativo all’uso di un bene, quindi, dovrà poter essere “spalmato” su di un tempo molto più lungo dell’attuale, per fare un esempio, mentre ora il costo di un bene si concentra, in massima parte, al momento dell’acquisto, in piccolissima parte si manifesta durante la vita del bene sotto forma di manutenzione e infine, in parte quasi trascurabile, al momento della dismissione, bisogna che la sua durata utile aumenti sostanzialmente, in relazione alla sua riparabilità e la sua eventuale aggiornabilità, quindi parte consistente del costo dell’uso del bene sarà distribuito lungo la sua vita utile, ciò dovrà produrre una distribuzione del lavoro, in relazione all’uso di un bene, a una filiera molto più estesa, non più relativa cioè alla sola produzione, ma a tutta la sua vita economica, fino al suo rientro nella filiera produttiva come materia prima riciclata.

Le conseguenze di una simile organizzazione economica saranno molteplici, abbiamo detto in primo luogo che la durata economica di un bene dovrà consistentemente aumentare, i centri di manutenzione dovranno essere distribuiti più o meno capillarmente nel territorio, distribuendo un consistente numero di lavoratori in piccoli aggregati. Tutto ciò diminuirà la quantità di risorse destinate al trasporto delle merci (dai concentrati luoghi di produzione agli utenti) in quanto il ricambio di beni “nuovi” sarà molto minore, ma anche il trasporto dei lavoratori dai luoghi di residenza al posto di lavoro, in quanto molta parte della forza lavoro collegata alla vita del bene sarà, come abbiamo detto, distribuita sul territorio (nei centri di assistenza); è il caso di sottolieare, forse, che mentre la produzione di un bene è generalmente meccanizzabile in misura consistente, la sua riparazione, o il suo aggiornamento, lo sono molto meno, saranno presumibilmente di più le “ore uomo” coinvolte nella manutenzione del bene di quelle coinvolte nella sua produzione (e questo naturalmente non per difetti di fabbricazione, ma per scelta di durevolezza) aumenterà quindi notevolmente la componente di “valore salariale” dell’uso del bene in relazione alla sua componente “valore capitale”.

Voglio mettere in risalto l’importanza che attibuisco alla locuzione ribadita “costo d’uso del bene”, in contrapposizione a “costo di produzione del bene”, in quanto è proprio in questa traslocazione del centro d’attenzione del ragionamento economico, che sta la possibilità di mantenimento di una socialità organizzata in questo millennio, come intuito dal taoismo alcuni millenni addietro e dal movimento anarchico alcuni secoli fa.

P.S.: L’uso del futuro è un augurio per le prossime generazioni.