Satira evoluzionista o eugenetica d’accatto? L’etica della satira.

In questo post si leggono riflessioni sull’evoluzione dell’uomo e sugli effetti della medicina su un presunto peggioramento delle caratteristiche ereditarie della popolazione dove non sia sottoposta ad una rigida selezione naturale.

El Obscuro, l’autore del blog, mescola informazioni condivisibili a credibili, a riflessioni personali anche azzardate, con tale noncuranza che mi ha lasciato nel dubbio: si tratta di satira caustica per paradosso o di propaganda eugenetica?

Mi viene dunque da fare una riflessione: la satira ha diritto di essere talmente sottile da poter essere confusa dalla più parte, o almeno da parte consistente del pubblico con l’apologia?

A volte mi è successo di fare affermazioni che consideravo autoironiche, ho immaginato che, conoscendomi, fosse ovvio che si trattava di paradossi, leggendo questo post e un altro del medesimo autore, mi viene invece il dubbio di poter essere stato preso sul serio da qualcuno, così, forse, non è giusto abbandonare le proprie riflessioni sarcastiche alla rete, dove possono essere pescate da chi dell’autore non conosca altro e non sia quindi in grado di contestualizzarle.

Questo significherebbe la fine della satira, dell’affermazione sarcastica, dell’ironia e del paradosso, che fare?

E giusto, per porsi l’obiettivo di fare riflettere qualcuno, correre il rischio di raggiungere qualcun’altro con messaggi che, non avendo gli strumenti necessari, prende seriamente?

Cercasi ornitologi, o anche no, a Repubblica

Qui la fotografia  sulle inchieste di Repubblica di quello a me che sembra sia un Parrocchetto dal collare indiano (Psittacula krameri come questo, che fotografai anni addietro a Tenerife.

Tutt’altra cosa dal Pappagallo monaco (Myiopsitta monachus) che inserisco da Wikimedia

, via Wikimedia Commons”](di cui si ha memoria, ad es., di una colonia numerosa ai giardini pubblici di Porta Venezia a Milano dagli anni ‘40 del XX secolo, fino agli anni ‘50 dello stesso secolo, tale colonia era particolarmente evidente, per l’abitudine di tali uccelli di costruire nidi coloniali che possono ospitare molte decine di coppie).

Le differenze tra le due specie sono assai evidenti: il colore del becco è rosso (a volte con il tagliente scuro) nel Parrocchetto dal collare indiano e invece carnicino-giallastro nel Pappagallo monaco, quest’ultimo inoltre è più snello, ha la testa più piccola in relazione al corpo e ha il petto e le guance grigio screziato di chiaro, a fronte di una tinta quasi omogeneamente verde brillante del primo, salvo un collare nero che può essere più o meno evidente.

A quando affidare articoli, commenti, titolazioni e didascalie a contenuto scientifico a qualcuno con una formazione scientifica?

Pesche tabacchiere (o saturnine) e igiene.

Ho letto un post di D. Bressanini sul suo blog, sempre interessante, anche se non sempre condivisibile,  sull’utilità di lavarsi le mani.

Peccato che, oltre a coltivare i batteri presenti prima sulle mani sporche del figlio e poi sulle mani lavate, abbia pensato di coltivare i batteri presenti su una pesca “tabacchiera” (localmente nota anche come “saturnina” di quelle cioè senza nocciolo) il risultato, lavata sotto acqua corrente o non lavata, a suo dire, non cambiava in modo significativo

Le pesche di quella varietà sono “pelose” e praticamente sono formate da due invaginazioni ai poli intorno a cui la polpa forma un “toro” alquanto irregolare, per lavare con qualche apprezzabile risultato tali pesche credo sia necessario munirsi di spazzolino e pazienza, in ogni caso penetrare fino all’attacco del picciolo e al polo opposto presenta difficoltà notevoli, sarebbe necessario addirittura utilizzare uno spazzolino interdendentale.

Proprio a causa della loro forma queste pesche scoraggiano chi voglia sbucciarle, perchè normalmente non ci si presenta a tavola armati di un bisturi, a peggiorare la situazione l’abitudine invalsa di raccogliere, e porre in vendita, frutta talmente acerba da essere indisponibile alla maturazione casalinga prima del decadimento organolettico, cosicché non è assolutamente più possibile sbucciare le pesche come un tempo, con poche semplici mosse, bisogna tagliare via la buccia dalla pesca, brano, brano.

A questo punto vedendo le foto pubblicate sul post un lettore medio non avrebbe che due alternative logiche: smettere di mangiare codeste pesche o giungere alla conclusione che sia inutile lavarsi le mani, stante i risultati simili della pesca lavata e delle mani sporche.

I costi del nucleare, sommessamente nascosti

Sul Forum Nucleare Italiano Chicco Testa scrive, rispondendo a un articolo di Pippo Ranci:

“Faccio sommessamente notare che il contributo tecnologico che è venuto all’ Italia dalle fonti rinnovabili , nonostante l’alto costo degli incentivi, è quasi trascurabile.”

Poi più avanti:

“Il futuro del mondo sarà nella fusione e nelle rinnovabili, come Ranci sembra immaginare? Me lo auguro, ma  per arrivarci c’è molto lavoro da fare. Come per la quarta generazione dei reattori a fissione. Per la quale, come per la fusione e le competenze fisiche ed ingegneristiche di cui necessita, faccio sommessamente osservare che se arriverà sarà anche perché qualcuno ha nel frattempo sviluppato la prima, la seconda, la terza…”

Tutta la campagna pro nucleare che si sta sviluppando in Italia si sviluppa “sommessamente” cercando di fare apparire come obiettive le dichiarazioni e i commenti dei servizi dei telegiornali, gli articoli di stampa ecc. Ma non solo anche la pubblicità, recentemente sanzionata, se non vado errato, da qualche Garante, si sviluppa sommessamente come una tela di ragno, come un messaggio subliminale  cerca di infiltrarsi nelle menti dei meno avvertiti.

A nulla serve far notare a costoro il levitare dei costi, il prolungarsi dei tempi previsti e le difficoltà esecutive cui sta andando incontro la costruzione della centrale nucleare in Finlandia, del medesimo tipo delle costruende centrali italiane, infatti in un altro articolo del medesimo Form Nucleare Italiano si legge un articolo a firma di Carlo Stagnaro “I veri costi del nucleare” nel quale si legge tra l’altro: “il costo medio attualizzato di generazione dell’energia nucleare non può essere desunto da esperienze precedenti ma dipende da una serie di variabili specifiche del singolo investimento e del luogo e del contesto in cui è calato” sembrerebbe un’affermazione da ultrà antinuclearista, una premessa a un panegirico su come in Italia si riesca a spendere in doppio, come minimo, di quanto si spenda in altri paesi europei per le medesime strutture o infrastrutture e invece…

Invece questo articolo viene posto tra quelli a favore del nucleare nel Forum suddetto!

Ma citiamo qualche altra chicca, egli cita tre tesi di un rapporto della Fondazione per lo sviluppo sostenibile compilato da Edo Ronchi e “basato su letteratura esistente e perlopiù condivisa”, cito:

“- Il nucleare oggi non è competitivo con le fonti tradizionalmente impiegate nella produzione di energia elettrica(carbone e gas naturale) neppure tenendo conto dei suoi vantaggi ambientali;

– Il nucleare domani non sara competitivo con le fonti rinnovabili (in particolare eolico e fotovoltaico);

– Il nucleare in Italia avrebbe costi superiori a quelli riscontrabili in altri paesi e , di conseguenza, ha ancora meno chance di affermarsi rispetto a quanto accade altrove.”

Quindi si tratta di tesi comunemente note e “perlopiù” condivise! Ma prosegue:

“La prima e la terza tesi contengono un importante grano di verità, ma meritano maggiore approfondimento”

Ma allora  si tratta davvero di una quinta colonna ecologista infiltrata nel covo nuclearista? Onore al merito!

Ma il bello deve ancora venire:

“La seconda tesi… è difficilmente sostenibile. Scopo di questo paper è discutere le tesi sostenute da Ronchi … da un punto di vista strettamente economico-finanziario.”

A questo punto il lettore si aspetta, finalmente vorrei dire, una disamina economica magari con dati completi di qualche centrale costruita, esercitata e dimessa con valori attualizzati, cosa di cui non si ha notizia nell’orbe terracqueo, ma la premessa non lascia intravedere chiarezza, infatti di seguito alla citazione precedente:

 

“Le esternalità positive e negative del nucleare non verranno considerate se non nella misura in cui esse vengono(o possono essere) internalizzate attraverso opportuni sistemi di policy. (Nota: La principale esternalità positiva del nucleare è di natura ambientale, cioè la riduzione delle emissioni climalteranti .Le maggiori esternalità negative riguardano i rischi – per quanto remoti – di incidenti e la gestione delle scorie e la fine vita degli impianti.”

Ma allora era uno scherzo? In questo garbuglio si capisce la filosofia classica dell’imprenditore italico che quando un’azienda ha inquinato il sito dell’azienda scaricandoci i reflui di lavorazione e i capannoni stanno per crollare, fa fallire l’azienda, scappando in un paradiso fiscale e lasciando alla collettività il compito di bonificare capannoni e terreno, il perfetto ragionamento da commercialista mafioso più che da economista.

Ma proseguiamo:

“Questo paper non intende rispondere alla domanda: quanto costa l’energia nucleare? Per ragioni che verranno esposte, si tratta di una domanda a cui, in termini generali, non è possibile rispondere.”

Ma allora il titolo del paper?

L’autore prosegue dicendo che il paper di per sé non fornisce argomenti pro o contro il nucleare (?) poi ci diletta di una ipotesi fantascientifica che dovrebbe consolarci “In un contesto liberalizzato… costi e benefici economici sono (o dovrebbero essere) pienamente internalizzati dagli investitori; un investimento sbagliato non produce extracosti per i consumatori, ma un danno finanziario per chi lo effettua.”

Allora potremmo stare tranquilli, non mi risulta che, in qualche paese al mondo, dei privati stiano costruendo delle centrali nucleari senza garanzie pubbliche, ma quel “(o dovrebbe essere)” mi mette a disagio, come probabilmente era a disagio l’autore facendo l’affermazione che precedeva, sappiamo che in Italia, e non solo, si privatizzano le plusvalenze e si statalizzano le perdite.

Forse avevamo ragione a sospettare di questa prosa, l’autore era un esponente della Baader-Meinhof sfuggito alla cattura, che è riuscito a infiltrarsi nel nucleo nuclearista e lo sta distruggendo dall’interno o invece il nucleo nuclearista, troppo finanziato dalle multinazionali dell’uranio, è cresciuto troppo e sta andando incontro a fissione nucleare o a decadimento spontaneo?

O forse C. Testa & C. stanno cercando di accreditare sé stessi (e la loro attività e i loro sponsor) come unici e veri depositari del verbo ecologista?

 

 

 

L’acqua del Rio delle Amazzoni cura omeopatica per ogni malattia.

Pare che io sia l’unico pirla che conosco a non prendere l’Oscillococcinum, quindi mi sono un poco documentato, come faccio sempre prima di assumere qualunque farmaco , ecco i risultati.

Qui una spiegazione di cosa si tratta, in poche parole è un autolisato di fegato e cuore di anatra selvatica alla diluizione 200K che sono equivalenti, per alcuni omeopati, a una diluizione.  fra 9 e 12 CH,

volendo un numero possiamo assumere l’intermedio 10 CH

cioè 1 molecola di codesto lisato ogni 10 alla ventesima molecole di solvente,

cioè 100.000.000.000.000.000.000,

cioè 100 quinquilioni di molecole di solvente,

purtroppo per altri omeopati invece 200K equivale a 5CH

quindi si tratterebbe di 1 molecola di lisato ogni 10 alla decima,

cioè 10.000.000.000,

quindi ben una ogni dieci miliardi!

Non si tratta del doppio, come sarebbe facile pensare, ma di 10 miliardi di volte di più!

Perbacco anche se si trattasse di carezze tra una e dieci miliardi c’è una bella differenza!

Ma partiamo dal lisato di fegato di anatra selvatica, si tratta di lasciare il fegato e il cuore di tale anatra a decomporsi in ambiente sterile per tre settimane, già questa cosa mi lascia perplesso e un po’ schifato, ho cercato di scoprire perché si debba trattare di anatra selvatica ma non ho trovato risposta.

Volendo effettuare una diluizione K, come dice di fare Boiron, bisogna agire così: si diluisce 1 g di tale lisato in 99 cc di acqua  e si scuote verticalmente (“succussione”) per un certo numero di volte, poi si butta via tutto, nel recipiente si versano allora altri 99 cc di acqua e si scuote di nuovo, poi si versa via il tutto e si riempie di nuovo con 99 cc di acqua si scuote e così via per 200 volte, la “diluizione” è data da quel che rimane attaccato alle pareti del recipiente che, ad ogni “risciacquo” dovrebbe essere meno concentrato, siccome la diluizione effettuata in questo modo dipende dal materiale del recipiente e dalla sua forma pare sia difficile, se non impossibile dare una equivalenza esatta tra le diluizioni K e CH.

Se avete guardato il link del 200K avrete scoperto che questo tipo di diluizione fu inventata sui  campi di battaglia per fare le cose spicce, ma in un laboratorio non avrebbe ragione d’essere usata, eppure la Boiron, come le altre aziende del resto, continua a usarla, così nei vari siti ferve il dibattito tra i pazienti omeopatici per capire, quando vanno all’estero o cambiano spacciatore, se 100 K corrisponda o meno a 100 CH, ma quel che è più bello e che i vari “medici” omeopatici esprimono pareri tanto discordi sull’equivalenza di un tipo di diluizone rispetto a un altro da dare risultati appunto 10 miliardi di volte maggiori uno dall’altro!

Torniamo alle diluizioni, secondo una certa maggioranza dei siti di omeopatia 200K  equivale a circa 10 CH,

o a 1 g di soluto ogni 10 alla 20esima g di acqua,

cioè 1 g di soluto ogni 10 alla 17esima litri o, se preferite,

1 g di soluto ogni 10 alla 14esima metri cubi di acqua,

cioè tanta acqua quanta ne porta il Rio delle Amazzoni in 18,12 anni.

Può darsi che in questo bailamme di potenze abbia fatto qualche errore, se volete segnalarlmelo ve ne sarò grato.

Il Castellaccio, per gli abitanti di Ladispoli, il Castello per i media.

Nonostante che su alcuni problemi posti dall’ingegneria genetica, dalle scelte energetiche, dalla privatizzazione dell’acqua e non solo, io sia in accordo con le posizioni di Mario Capanna, devo prendere atto della situazione in cui si è andato a cacciare.

Molte po le mi che sulla Fondazione dirittigenetici di Mario Capanna e sui 20 milioni di € di cui si parla, a quanto pare non si tratterebbe di fondi stanziati da enti pubblici o privati, ma di “risorse da reperire”, un po’ come quando, da ragazzi, si parlava di fare l’astronauta.

Sembrano davvero molti 20 milioni di € per la “mission” che si propone:

“La Fondazione Diritti Genetici opera per realizzare un modello inedito di intermediazione culturale in materia di innovazione biotecnologica, definendo nuove forme di partecipazione sociale allo sviluppo scientifico e tecnologico.”
Ma se vuole davvero:
“creare una modalità di dialogo fluida e dinamica in cui tutte le parti in campo si sentano realmente coinvolte e rappresentate, pianificando strumenti di partecipazione sociale e di corrispondenza diretta con la democrazia, mossi dalla consapevolezza che “innovazione” non significa soltanto “novità” in senso tecnico, ma anche “condivisione” di processi e di risultati sul piano sociale.”
Dovrà intervenire comprando giornali e televisioni, oltre che sponsorizzare dibattiti e seminari; dovrà incidere nella formazione di insegnanti, dovrà riuscire a intervenire nella formulazione di programmi scolastici, dovrà rifondare un’etica politica e un senso dello stato nelle classi dirigenti, altrimenti l’obiettivo di “restituire alla società un ruolo di government dell’innovazione” non potra mai essere raggiunto.
Temo, a questo punto, che i fondi siano assolutamente inadeguati, così pure l’organigramma di tale fondazione.

Capanna avrebbe potuto fondare una sorta di Agenzia per promuovere il dibattito sull’etica e le “nuove” biotecnologie, un webmaster part time e qualche studente o dottorando, a selezionare le novità e le ricerche da segnalare al dibattito, avrebbero potuto essere tutto il personale necessario, l’amministrazione affidata a un commercialista esterno, qualche convegno, trovando sponsor, e morta lì ma a Mario è sempre piaciuto essere roboante, così ha trovato la sede in un castello e un parterre degno di tale evento.

Spero di non sentire parlare tra qualche tempo di questa Fondazione come successe con il Comitato dei Disabili di Dario Fo, truffato dal cassiere, secondo la magistratura.

Intanto un suggerimento: qualcuno nella fondazione ha idea dei costi d’esercizio di un castello?

 

Medico omeopatico, farmaco omeopatico e paziente omeopatico.

Bisogna forse sgomberare il campo da un equivoco la medicina omeopatica consta a mio avviso di tre fattori importanti: il medico omeopatico, la farmacopea omeopatica e la fiducia del paziente omeopatico.
La durata della visita, l’anamnesi accurata e l’empatia che, nella mia esperienza, associo alla visita del medico omeopatico, sono finalmente riconosciuti come elementi importanti anche dalla medicina diciamo allopatica, la fiducia del paziente è un elemento che attiene al vissuto psichico personale e la medicina allopatica cerca in qualche modo di misurarla per poterla escludere dalla valutazione di un farmaco, (forse tra un po’ tornerà di moda l’importanza di una qualche sofferenza collegata alla cura, come il cattivo sapore di un farmaco o la sua scomodità di assunzione, chissà?) ma quel che veramente mi sembra sia in discussione è la farmacopea omeopatica sulla cui efficacia nessuna sperimentazione scientifica è mai stata effettuata con esito positivo.
Quel che è peggio a mio avviso è che gli omeopati cercano di dissimulare l’inconsistenza della validità della loro farmacopea mescolandosi alle medicine tradizionali, cercando di nascondersi tra fitoterapia ed erboristica, quasi non sapessero che è la medicina allopatica erede di queste, in quanto la più parte dei farmaci, in commercio e allo studio, sono di derivazione vegetale, moltissimi sono principi attivi selezionati proprio studiando le piante tradizionalmente utilizzate per curare determinate patologie, proprio studiando le piante i loro effetti e quello dei loro estratti grezzi e poi selezionandoli uno ad uno si riesce a separare le sostanze con minore tossicità e migliore efficacia, si depurano gli estratti dalle tossine e così via, è quindi la medicina allopatica la vera erede della medicina tradizionale e dell’erboristica, non questa invenzione filosoficamente teleologica (sarà un caso la coevità di Hegel e di Hahnemann?) dell’omeopatia.