Val di Funes

Da un paio di settimane un vecchio amico, ora in carrozzina per la sclerosi multipla, mi ha chiesto di accompagnare lui e la sua fidanzata, che non ha patente, in Val di Funes, dove trascorreranno un paio di settimane, l’andata era prevista per mercoledì 29 luglio. La notte precedente, all’una e mezza, mi sveglia un dolore tra il petto e la scapola sinistra, il mio innato ottimismo mi fa subito escludere l’infarto, ma, cercando una posizione confortevole, arrivano le quattro, alle sei e mezzo, mentre faccio colazione mi accorgo che un herpes attenta al fascino del mio labbro inferiore, alle sette esco di casa e vado a prendere la sua fidanzata, alle otto siamo dal mio amico.

Mentre io scarico i suoi bagagli dalla mia auto, la fidanzata sale a prendere le chiavi del box, dove ci aspetta l’auto della sorella del mio amico che è più grande della mia e permette di caricare la carrozzina.

Così faccio lo scambio delle auto e, dopo avere sistemato i bagagli, mentre il mio amico commenta come “macchinosa” quella partenza, partiamo per la Val di Funes dove arriviamo alle tredici.

Dopo pranzo, anche a causa dell’herpes, dormo tre ore filate e la sera alle dieci e mezzo crollo di nuovo.

La mattina dopo alle nove riparto e arrivo a Milano verso la una, sto per andare a scambiare le auto, quando mi rendo conto della situazione paradossale in cui mi trovo, le mie chiavi del suo box sono a casa mia e le mie chiavi di casa, per non girare con peso “inutile” le ho lasciate nella mia auto, nel suo box. Aspettando di trovare una soluzione vado all’IKEA a prendere un po’ di fresco e intanto faccio qualche telefonata, non è molto fresco e quando finalmente trovo una soluzione e voglio uscire in fretta, per andare a prendere le chiavi di riserva di casa mia da mia sorella, maledico tutti gli svedesi che hanno progettato quel labirinto.

Alle 15 e 15 mi trovo, diretto a Milano, sulla via Lorenteggio quando, a un semaforo verde, la macchina davanti a me improvvisamente frena e senza che sappia come e perché la tampono, quella, una Mercedes classe A, a sua volta tampona una Toyota RAV e questa a sua volta tocca una Alfa Romeo 147.

Sul momento sembra che nessuno si sia fatto niente, solo una bambina che si è spaventata nella Mercedes piange in braccio alla nonna, passa un’ambulanza che, vedendo piangere una bimba, a fianco di macchine ferme per incidente, si ferma a sua volta, in seconda fila, in una strada a di traffico intenso, dopo qualche minuto arrivano i vigili di Corsico e la nonna e il conducente della Toyota cominciano a dare segni di dolenzia: chi al fianco e chi al collo, i vigili chiedono se l’ambulanza li può portare al pronto soccorso, ma loro dicono che bisogna chiamare il 118, perché soltanto loro possono decidere chi può intervenire, così arriva una seconda ambulanza che porta via gli infortunati. Mentre la bimba, indenne, viene portata a casa dal padre, accorso nel frattempo.

Allora i vigili , che avevano ritirato i documenti di tutti gli automobilisti e delle auto coinvolte, procedono a fotografare i danni e a stendere i verbali in un furgone “ufficio”, la nonna della Mercedes torna dal pronto soccorso, e le testimonianze sue, del conducente dell’Alfa Romeo e mia ci accompagnano fino alle 17.25, quando, con una multa per mancato rispetto della distanza di sicurezza, vengo cortesemente congedato.

Per fortuna la Skoda si muove senza problemi e così, dopo altre tre mezze traversate della città (prendere le chiavi di casa mia da mia sorella, prendere a casa mia le chiavi del box del mio amico, andare a casa sua per scambiare le auto e ritorno a casa) riesco ad arrivare al mio divano da dove comincio a fare relazioni telefoniche dei danni al mio amico, a sua sorella e al marito della sorella, sono stati tutti molto cortesi e comprensivi, più preoccupati della mia incolumità e di altri eventuali feriti che non dei danni, ma nel caso sia sfuggito: la temperatura di quel giorno a Milano era di circa 34 gradi con alta umidità relativa.

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