Tu limpida fonte ed io Narciso

Nessuno di me cantò le gesta,
sorrisi donati in gelidi mattini,
nessuno di me cantò le membra,
esercitate in tiepidi grattini,
solo, di me , massime si disse:
cemento sei, granito!
Non pallido alabastro,
né pur ebano nerastro.
Ancora avevo riccioli scuri,
ma mistero magnifico non fui,
né ombroso,
né imperial nuca la mia.
Ma sempre io fui
a consumar le ombre
onde cantar le membra altrui,
i riccioli, la nuca,
le pieghe e i dolci afrori.
Così son, ora, a celebrare te,
dolce amore in cui mi specchio,
limpida fonte di fronte a me,
Narciso.

Milano 28 Febbraio 2009

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Se potessi pensare, se potessi scrivere

Il sapore dolciastro della morte

è quello del glucosio nella flebo,

sento il tuo dolore più del mio,

sento l’amaro gusto della salvia,

sento il piccante della menta,

quando mi lavi i denti e piangi,

quanto vorrei liberarmi,

quanto vorrei liberarti,

Liberami da queste catene,

liberami da questo letto,

liberami da queste carezze,

liberami da queste preghiere,

di chi vuole salvarmi,

di chi vuole salvarsi.

Ostaggio, mi tengono in vita,

sono l’ara su cui sacrificano,

la pietà per i vivi uccidono in me.

Milano 7 Febbraio 2009

Dedicata a Giuseppe Englaro

L’uomo in silenzio piange, ma senza singulti,

come… un amante che accetti la partenza

del suo grande amore, armato di pazienza,

come una madre che veda la figlia in sposa

ad un nemico e già sa che non la rivedrà,

No, non come loro, a lui più pesa il cuore,

ha sulle spalle diciott’anni di tormenti,

tanto ha tardato a dare a quella figlia pace.

Ora si chiede se meglio sarebbe stato,

fare come fan tutti, pensare solo a lei,

ma, conoscendo la sua figlia la rispetta,

così fa come se lei vedesse, non fugge,

non si nasconde, affronta, a viso aperto,

l’orda degli ipocriti che, viscida e vile,

urla, tra un boccone e l’altro, il suo disprezzo.

Piange, quell’uomo il suo dolore e il suo coraggio,

quanto tardò il riposo a quel povero corpo,

se solo avesse fatto un’altra scelta, che so:

forse l’Olanda, ma forse anche la Svizzera,

senz’andar lontano, avrebbe dato requie

a quel corpo martoriato, senza riposo,

ma lo sorregge il ricordo di quella figlia,

di come era “una forza della natura”.

Ma l’Italia, che si commuove e dimentica,

che s’indigna e s’infiamma, quella che chiacchiera,

è quella che non conosce la vera pietà,

è proprio quella che ora dovrebbe tacere.

La Costituzione italiana

Viva e vitale la vogliono uccidere.

Non ha che sessant’anni, poco più,

pure dicono non sia che eutanasia,

lei non soffre, noi neppure,

se non per quanto d’inespresso,

non concretizzato in leggi, ancora,

ella dichiara, rischiarandoci la via.

Vogliono ucciderla!

Ma si nascondono, per farlo,

dietro la tutela della vita,

come i banditi che sono,

si fanno strada dietro Eluana,

dietro la sua immagine ridente,

vengono avanti,

per uccidere Lei,

per derubare noi.

Cosa ci è rimasto, di una guerra

in cui ci sono morti padri e nonni,

in cui ci hanno ucciso e violentato

le nonne e le madri per dirci bastardi,

ci hanno distrutto e derubato

antiche città e opere d’arte?

Di una guerra in cui ci hanno condotto,

entusiasti e drogati di fandonie,

a invadere paesi amici e fratelli,

a sterminare uomini e donne,

a sventrare come animali nocivi

anche i bambini, lì nelle strade,

cosa ci è rimasto di tutto questo?

Era l’Etiopia del 1937.

Non contenti, poco dopo.

ne uccidemmo altri mille

e poi cinquecento,

giovani monaci copti, ragazzini.

Di questo nessuno prova vergogna,

perché nessuno sa in Italia,

perché a scuola, se va bene,

si studiano i lager tedeschi,

non i nostri, non i nostri!

Unica cosa utile e vitale,

che da quella tragedia,

non solo nazionale,

c’era rimasta in eredità,

la vogliono uccidere,

saranno così morti invano,

i nostri soldati e le loro vittime,

le nostre vittime e gli altri soldati.

Se noi possiamo guardare lontano

è solo perché siamo sulle spalle dei nostri avi,

solo se dei loro errori facciamo tesoro,

ma se gettiamo il frutto del loro sacrificio,

in un fosso, a guardare la terra, ci troveremo ancora,

come quelli che, morti, non ci poterono essere padri,

questo vuol dire non difendere la Costituzione.

Milano 9 Febbraio 2009

Ho dormito

Ho dormito in una stazione,

in Italia, in Austria, in Turchia,

aspettavo un treno,

ho conosciuto gente buona,

gente furba, gente indifferente,

ho dormito in una stazione,

avrei potuto esserci io,

ferito e bruciato,

in quel ospedale,

nel reparto passatempi.

Milano 9 Febbraio 2009

Pizza, birra e …

Pesi, come siete pesi, eddai…

Ma checcazzo vuol dire siete pesi?

Ettutte le domeniche finisce così: pizza, birre e puttana! Cheppalle!

Io l’avevo detto di farci la grigliata, ma nessuno…

Macché grigliata, sembra di timbrare il cartellino tutte le domeniche…

Si, cazzo! Un po’ di andrealina

Sì bravo l’ANDREALINA! hahaha , l’Andreina che è meglio… A-dre-na-li-na!

Ecco ci sono quelli che i giornali ne parlano… poi ci fanno i film, pure

Sissì, vai avanti dai, parcheggia davanti al bancomat che devo pisciare, dammi il tuo cappello che c’è la telecamera…

Sii, ma vaffanculo, piscia dietro al cassonetto e non rompere i coglioni! Pensa te!

Mii, maccheccazzo, intanto io l’ultima volta mi sono slogato la spalla e non era neanche in cronaca locale sul Cittadino…

Dai che ti caghi sotto eddillo…

Iooo! Ma se gli ho buttato io la benzina agli zingari!

Essì, sull’EX-campo nomadi, che l’avevano sgombrato!

Poi io c’ho diritto privato martedì, FIGAA!

Dai va’ andiamo, che avvoi quando siete strippati…

Evvai! Che c’ho l’acqua ragia nel furgone stavolta finiamo in bellezza!

Macheccazzo fai pirla! mi stai bruciando il sedile! Buttala fuori!

Dai va che altrimenti mi bruciate la macchina, andiamo in stazione che c’è sempre qualcuno. Dov’è che c’hai il furgone?

Milano 2 Febbraio 2009

Sapori

Le gocce che l’orchidea trattiene

sanno di limpido miele,

il sapore del tuo sesso bagnato

è di baccalà mantecato.

Trieste marzo 1995